Home | Site map | Contatti  
PENSIERI, PAROLE, STATI D'ANIMO.
Il nuovo libro di Claudio Maffei.
Home Page Claudio Maffei Comuniconline.it Staicomevuoi.it
  Sei in: Home

Relazioni Virtuose


CATEGORIE
 
Generale [ 325 ]


ULTIMI BLOG
 
 




yyARCHIVIO BLOG
 
Archivio completo
 


CERCA
 


ULTIMI COMMENTI
 
Un commento lucido
di : claudio maffei
Un commento lucido
di : Davide De Fabritiis
Diverso da chi
di : iris
Bella la vita!
di : Iris


23 Nov 2017
Una scuola che non boccia è una scuola marcia
Tutto quello che è comodo è stupido, scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi. E una scuola che non boccia è una scuola marcia”. Lo psichiatra Paolo Crepet parla dei danni che gli adulti e la scuola fanno ai nostri ragazzi.

“Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Un quattro in un’interrogazione è per uno studente un’esperienza mistica. E invece…”. E invece “stiamo costruendo una società in cui gli adulti vogliono il male di coloro che hanno messo al mondo. La vera trasgressione oggi è studiare, fare le cose fatte bene”. E invece? E invece “un professore universitario mi ha appena detto che i libri di più di 400 pagine non devono passare. Vuol dire che abbiamo già detto ai nostri figli che non ce la faranno mai”. Non usa mezzi termini lo psichiatra Paolo Crepet, durante la presentazione del suo ultimo libro intitolato “Il coraggio”, edito da Mondadori, per descrivere la gravissima situazione in cui versano le più giovani generazioni. I

l coraggio è quello che tutti, genitori e insegnanti dovrebbero oggi avere, quello di credere in sé stessi, nei propri figli e nei propri allievi, il coraggio che devono insegnare loro per superare le difficoltà di ogni giorno fuori e dentro la scuola, per affermare le proprie idee e le proprie vocazioni, la propria libertà e autonomia, per non rinunciare ai propri sogni e costruire la giusta dose di autostima.

Perché coraggio significa agire sapendo che la propria fiducia nel successo è molto più forte della paura del fallimento. Un insegnamento importante per tutti coloro che hanno a cuore il proprio ruolo di adulti e il destino degli adulti di domani. E invece? “Ho scritto questo libro – spiega Crepet al folto pubblico accorso ad ascoltarlo ieri a Modena – perché sono molto preoccupato. Seriamente preoccupato di questo mondo, di questa terra. Basta andare indietro di una generazione e mezza: pensare al coraggio delle donne e degli uomini che sono riusciti a tirar su l’Italia e le aziende, quando al mercato nero non c’erano nemmeno le patate. Ora che ci siamo riempiti lo stomaco di tortellini le cose sono cambiate.

A un certo punto si è cominciato a pensare che andava bene cosi, che è meglio sdraiarsi e vedere sdraiati i figli sul divano, tanto abbiamo tutto il necessario”. E’ cambiata l’educazione. “Una volta c’erano i genitori inflessibili ed erano diffuse le sberle anche quelle preventive, io stesso ne presi una bella collezione, poi s’è fatta largo una melassa, un’educazione liquida basata sul fà come ti pare, sul se lo fai, bene, altrimenti è uguale”. Crepet sa di toccare le corde delle centinaia di persone che affollano il Forum Monzani di Modena, pieno all’inverosimile com’è facile che succeda ogni volta che ad affacciarsi sulla scena pubblica è uno psichiatra. Roba da preoccuparsi sul serio. Succede oggi e tante altre volte con Crepet, succede con Vittorino Andreoli. La collettività sembra ormai psichicamente ammalata, “milioni di persone si alzano al mattino prendendo l’antidepressivo”, racconta Crepet, “e vanno a letto con le benzodazepine”. Sa di toccare le corde e va sul sicuro, lo psichiatra.

Come un pugile, riempe di montanti l’avversario ma l’avversario applaude, quasi voglia sentirsi dire le cose che sa già per poterle metabolizzare e dimenticare. I pazienti non vogliono cambiare, dirà più avanti lo psichiatra, “sono venuto qui da lei solo per sfogarmi, cambiare la mia vita è faticoso, mi dicono i pazienti quasi sempre”. E lui insiste: ma se voi sapete che ho ragione io e cioè che la Costituzione obbliga sì i genitori a mantenere in vita i figli ma non li obbliga certo a regalare tutte quelle cose che ora invece vi apprestate a regalare a Natale, né li obbliga a dare i soldi al figliuolo per andare a Ibiza con gli amici mononeuronici come lui, o per ubbriacarsi di spritz la sera fino a finire al pronto soccorso, né la Costituzione vieta ai genitori di togliere il telefonino e internet quando non c’è reciprocità, e allora perché continuate a fare tutte queste cose? Io faccio una cosa per il ragazzo solo se il ragazzo fa qualcosa per sè.

Altrimenti, cari signori, è come insegnare che nella vita tutto si può pretendere e nulla si deve dare”. Applausi. Il pugile colpisce, il pubblico applaude. “Se i vostri genitori vi hanno insegnato questo, per l’amor di Dio rispondete a questa domanda: come mai avete smesso di farlo con i vostri figli? Siete sul serio contenti di finanziare gli spritz e la marijuana ai vostri figli? Non sappiamo fare altro? Paghiamo perché camminino a quattro zampe, perché arrivino in coma etilico al pronto soccorso? Vogliamo questo? Il coraggio è quello di togliere, non quello di aggiungere”. Togliere, il nuovo verbo di una possibile rivoluzione culturale e antropologica. “Se a un ragazzino dài tutto, gli hai fatto un danno gravissimo, gli hai tolto il desiderio. Come fai a desiderare quello che hai? Come fai a non crescere depresso? La vita va scoperta. I bambini e i ragazzi sono iperprotetti, e invece devono sperimentare il dolore, le cadute, le delusioni, le frutrazioni”.

E invece? E inevece “in tutti gli asili abbiamo fatto pavimenti antitrauma. Ma perché un bambino deve rimbalzare? Avete un problema con il bernoccolo? Il bernoccolo non è un problema, è anzi opportuno avere il bernoccolo! Occorre cadere dalla bici da piccoli, altrimenti la prima volta che cadi giù a trent’anni ti ammazzi”. E’ una società che angoscia i ragazzi con le angosce che gli adulti hanno per i problemi dei figli. “Ma lasciateli vivere, questi ragazzi. Li ricattate perché li volete far stare in casa con voi a costo che siano sempre interconnessi. Spingeteli ad andare via, a viaggiare, bisognerebbe vedere gli aeroporti pieni di ragazzi e invece sono pieni di anziani. Spingeteli a studiare all’estero, magari scopriranno che i professori hanno tutti un cognome diverso, che non si eredita. Spingeteli a essere curiosi, a voler morire curiosi, a studiare, la vera trasgressione è studiare”. Ci sono tre milioni di ragazzi con meno di trent’anni che non studiano e non lavorano. “Se pensate che saranno in grado di competere in un mondo globalizzato siete degli illusi. Ci sono migliaia di imprenditori terrorizzati all’idea di lasciare la propria azienda di successo ai propri figli, perché sono sicuri che la distruggeranno in poco tempo”.

Non poteva mancare il riferimento alla scuola. “Il 99 percento dei ragazzi agli esami di maturità sono promossi. Cosa puoi fare per essere bocciato? Qualcuno ha un’idea? Non studiare non basta. Un quattro è un’esperienza mistica. E’ un’esperienza meravigliosa. Una volta presi uno. Uno. Mio padre mi stupì. Uno? Beh, fantastico, hai preso più di zero, ma vedi un po’ di recuperare quell’uno se no per te sarà un Vietnam: ciao, ciao ciao. Certo, non sono diventato un matematico, ma vi assicuro che quell’ammonimento mi servì. Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Una scuola che insegna il principio che siamo tutti uguali insegna una grande bugia. Uno vale uno? E’ una sciocchezza. Non siamo tutti uguali. Il merito non si acquisisce in cinque giorni. Dov’è il coraggio nel dire che tutti sanno tutto e parlano di tutto? La vera trasgressione è studiare. Fare le cose fatte bene”.

E invece? E invece “non sopportiamo neppure che i nostri ragazzi possano avere il dolore. È importante la malinconia. La malinconia non è il dramma della vita. Quelli che ridono in continuazione semmai sono dei perfetti imbecilli”. E le regole? Il rispetto delle regole e della buona convivenza? Per Crepet un adolescente che non sia inquieto è molto inquietante. Non è sbagliato del tutto non riuscire a stare nelle regole. Essere dei fuoriclasse tante volte sgnifica stare davvero fuori dalla classe. “Stare fuori dalla classe è un posto scomodo ma molto utile”, precisa Crepet che riprende il caso di Laszlo Birò che negli anni ’40 inventò la penna a sfera osservando dalla finestra i compagni che giocavano a biglie e che non lo facevano mai giocare. Le palle entravano e uscivano dalle pozzanghere lasciando dietro di sé una scia. Solo un talento, un fuoriclasse, un osservatore poteva vedere in quelle immagini visionarie la penna a sfera che avrebbe cambiato l’umanità. Come Steve Jobs, abbandonato dai suoi genitori, poi ritrovatosi in un garage con pochi dollari e un’idea geniale fatta di icone.

“Altro che raccomandazioni e fortuna come sento lamentarsi tanti genitori: quale raccomanazione ebbe Birò e Jobs? La loro molla fu la rivalsa: non mi fate giocare e io qualcosa mi inventerò per farmi valere. Era il 1947 e voi oggi che cosa state facendo ai vostri ragazzi? Guardate ai risultati. Volete la società senza sognatori e senza visionari. Abbiamo ucciso l’ambizione quasi fosse un male. Ma se siamo qui è perché ci sono stati dei visionari. La verità è che tutto quello che è comodo è stupido. Scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi e magari anche nella vostra. E dite ai vostri figli che se si iscrivono nell’università più vicina anche questo è stupido. Le cose semplici non sono le cose migliori che abbiamo fatto nella vita. La tua vita, caro ragazzo e cara ragazza, non è una maglietta da 9 euro e novanta che dopo tre lavaggi in lavatrice la puoi buttare. La tua vita è un vestito di Valentino fatto apposta per te.

La tua vita è grande”. Come quella dell’amico Renzo Piano. “Renzo Piano mi ha raccontato che da piccolo saliva sul terrazzo del suo condominio, dove le donne portavano il bucato ad asciugare, per guardare l’infinito, nascosto dagli altri condomini che ostacolavano la vista. E mentre lui da piccolo guardava l’infinito, voi invitate i vostri figli a guardare il mondo in un tablet, idea esplicitata anche alla ministra dell’istruzione in una delle sue tante uscite? Ma io dico, se ha vinto Renzo Piano guardando l’infinito dal terrazzo all’ultimo piano, e voi lo sapete che ha vinto lui, mi spiegate perchè mai ai vostri figli fate vedere il mondo dentro quegli aggeggi che vi apprestate a regalare a Natale?”

La verità è che vogliamo male a chi abbiamo messo al mondo. “Già da quando gattonano – conclude Crepet – risolviamo loro tutti i problemi. La verità è che li ricattiamo perché vogliamo che se ne stiano con noi, anche se interconnessi. Insegniamo invece ai nostri ragazzi che vadano in giro”. Non diciamo più ai nostri figli che all’estero c’è brutto tempo e che si mangia male “perché il meglio per i nostri figli non possono essere il meteo.it nè tripadvidsor per le serate al ristorante”
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:44 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Ott 2017
Siamo ghiande felici



La sorte a volte schiaffeggia senza chiedere permesso e lascia guance rosse di vergogna o rabbia.

A noi, manager ambiziosi, dipendenti in carriera o solo desiderosi di evadere verso altro e imprenditori pieni di progetti questa cosa suona drammaticamente illegittima.

Stiamo guidando il nostro destino, non vogliamo essere disturbati.

Il controllo di ciò che ci accade ma soprattutto di come reagiamo agli eventi è un paradigma che abbiamo assorbito fino al midollo.

Abbiamo imparato a fare piani, impostare scadenze, creare condizioni, controllare.

Sappiamo redigere diagrammi di flusso e di Gantt per evitare le sorprese.

Ma poi queste strategie vengono frustrate, da sempre, dai colpi bassi del fato.

Nulla tiene testa agli uragani del vivere.

Nemmeno gli obiettivi S.M.A.R.T.

Malattie, incidenti, cataclismi, crolli di borse e di aziende, rivoluzioni e guerre non sono interessati ai nostri progetti.

Allora abbiamo imparato a reagire con la migliore soluzione possibile quando le cose vanno fuori controllo.

Abbiamo studiato la resilienza e tradotto in manuali occidentali operativi e decaloghi di tutti i tipi le parole del maestro tantrico Padampa Sangye : “La gente può reggere solo un poco di felicità, mentre può reggere tantissima avversità . Come in molti hanno potuto constatare, le grandi difficoltà possono far sì che tiriamo fuori il meglio di noi” .

Abbiamo poi sviluppato sistemi religiosi, schemi psicologici, paradigmi razionali che sottolineano e danno indicazioni per accettare ciò che il monaco buddista Shantideva riassumeva così: “Se c’è qualcosa che puoi fare rispetto a un problema, perchè sentirsi frustrati; e se non c’è nulla che si possa fare, perchè sentirsi sconvolti?”

Insomma, sappiamo :

1. come definire gli obiettivi;

2. come procedere di fronte alle avversità modificabili;

3. come accettare quelle immodificabili.

Sappiamo tutto e abbiamo regole e raccomandazioni per tutto.

Perché allora molti di noi si struggono costantemente con ansia, tristezza e preoccupazione?

La mia ipotesi è quella che intimamente e in filigrana percepiamo la pressoché totale insensatezza dell’esistenza e la certezza che questa vita, sempre troppo presto, finirà.

Sapere, anche se preferiamo delicatamente ignorarlo, che tutto questo terminerà per alcuni prima e per alcuni dopo, rende tesi e sostanzialmente sfiduciati.

Nessuna tecnica ci salverà definitivamente, questo sentiamo in fondo all'animo o al cervello.

Lo sentiamo soprattutto quando qualche amico ci lascia improvvisamente.

Che senso ha tutto questo gran daffare che ci diamo?

E questo che ci fa male e ci rende angosciati, per quanto disciplinati e preparati siamo.

Alcuni sperano in un aldilà che sistemi le cose.

Qualcuno si dispera e smarrisce il controllo sull’ambiente e, peggio, su di sé perdendosi per sempre.

I più sopravvivono in un’amara e nervosa gara di velocità giornaliera contro un mondo in costante disgregazione, con la sensazione che in fin dei conti nulla valga veramente la pena.

Io sono tra questi ultimi e continuo laicamente a chiedermi perché dovrei smettere di preoccuparmi e accettare serenamente il fatto che questa strano percorso non abbia poi questo gran senso.

Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare un potenziale, qualunque esso sia e qualunque cosa io intenda e senta come mio potenziale?

La domanda è comprensibile ma potrebbe anche essere sbagliata e frutto solo della nostra coscienza e di qualche circuito neuronale di cui sappiamo ancora molto poco.

La ghianda, esempio tipico di potenzialità nascosta, non credo si chieda quale sia la sua missione.

Germoglia e cresce.

Magari la mia domanda è solo frutto della superbia umana di credere di avere il diritto di sapere e di conoscere il perché di qualunque quesito un individuo si possa porre.

Faccio finta di averlo questo diritto e provo a rispondermi.

Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare il mio potenziale?

Perché io, con un atto di volontà, credo e accetto di essere né più né meno di una ghianda.

E soprattutto decido di credere di essere una ghianda felice di essere una ghianda, in qualsiasi situazione mi possa trovare.

E quindi credo che nel mio vivere quotidiano :

1. Io dovrei realizzare il mio potenziale perché questo è quello che deve essere in natura.

2. Io dovrei fare fronte alle avversità perché tutto ciò che impedisce o rallenta il mio pieno sviluppo è male.

3. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché è quello che fa una quercia quando cresce e trova un sasso che ostacola le sue radici.

Se poi aggiungiamo il prossimo in questa lista allora la cosa diventa ancora più semplice e io credo che :

4. Io dovrei essere il mio meglio perché un mondo di gente al meglio è un mondo migliore per tutti.

5. Io dovrei fare fronte alle avversità perché altri potrebbero avere bisogno e chiedere di essere stimolati ad affrontare le loro da chi ha già capito di essere una ghianda felice per definizione.

6. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché altre ghiande attendono di comprendere con degli esempi perché e come essere felici nonostante tutto.



Non mancano le informazioni, è la storia che ci raccontiamo che è debole.

Non sono le tecniche che mancano, è il significato che latita.

Non sono le ghiande potenziali ad essere scarse, è la consapevolezza che la lotta per essere quercia è la "via", che sfugge.

Mi auguro, vi auguro, ci auguro, di essere ghiande felici solo per il fatto di essere ghiande.

Buon lavoro.

Sebastiano Zanolli
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:25 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Set 2017
La comunicazione: specchio di una società
Con l'amalgama di razze e culture differenti, che è ormai caratteristica di tutti i paesi avanzati, la comunicazione è diventata un elemento che concorre in maniera determinante a garantire rapporti corretti fra i membri di una collettività. E quindi la domanda è: come si comunica? Dirò subito - in genere, male.

Tutti noi siamo dotati di un cervello, di un apparato respiratorio, fonatorio, uditivo, cinestetico e così via, elementi che formano un "tutto", ossia il corpo, che è il nostro strumento per comunicare. Ma perché il processo di comunicazione risulti funzionale, tutti gli elementi che lo compongono devono essere utilizzati in modo corretto e consapevole.

Dopo parecchi anni di esperienza nel settore, credo di poter affermare che realmente poche persone abbiano maturato una sufficiente sensibilità ai problemi legati alla comunicazione, il che vuol dire ai problemi legati alla propria capacità di interagire con il prossimo. La maggior parte della gente, a prescindere dalla collocazione sociale e dalla cultura, risulta del tutto ignara dei meccanismi attraverso cui si comunica, convinta com'è che tutto avvenga in modo casuale e istintivo. Con i seguenti risultati:

La qualità della comunicazione (senza riferimento ai contenuti, è ovvio) è inevitabilmente banale con una fastidiosa propensione alla volgarità.

Le voci che ascoltiamo nella quotidianità sono in prevalenza stonate, opache, prive di energia oppure stridule, taglienti, aggressive. Si percepisce molto chiaramente, soprattutto in posti affollati, come un rumore di fondo, che talvolta sembra sconfinare in una sorta di nevrosi collettiva, determinata dalla assoluta incapacità di dosare volume, tono, respiro, ritmo, articolazione dei vocaboli e via di seguito.

Il corpo è portato in giro come fosse un peso, privo di espressione e personalità, con posture rigide o ripiegato su se stesso.

I gesti sono ripetitivi, disordinati, cadenzati nervosamente, mani e braccia buttati qua e là, con mancanza di connessione tra concetto espresso e significato gestuale.

Lo sguardo è perso nel vuoto, oppure ostinatamente fisso sull'interlocutore, senza un giustificato motivo.

Il volto mantiene un' espressione standard consolidata, privo di mobilità, o perennemente sorridente in disarmonia con l'emozione reale.

L'abbigliamento (la cui funzione non si limita a coprire ma a completare), è per lo più uniformato alla moda del momento, oppure risulta banalmente contaminato da altre culture, con un' ulteriore difficoltà ad affermare la propria identità.

Infine rilevo una sconsolante insensibilità dello spazio personale e sociale rispetto al nostro prossimo.

Come porre rimedio a questa situazione che ai miei occhi appare così seriamente compromessa? Tanto per cominciare, credo che la comunicazione dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Senza la consapevolezza dell'insieme di regole che governano il processo comunicativo, apprese appunto in età scolastica come una normale materia, diventa difficoltoso in età adulta mettere in atto cambiamenti radicali. Tutto ciò evidentemente non ha nulla a che vedere con il bon ton o altre leziosità!

Penso che una società, oltre ai molteplici aspetti economici, sociali, culturali, religiosi, debba agire anche in questa direzione per un processo evolutivo dell'individuo, per migliorare le relazioni interpersonali e anche, perché no?, dare un certo stile al paese.

Romana Garassini
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:49 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Lug 2017
Consigli per l'estate
Vivi nel presente
L’unico momento che esiste veramente è il presente. Ieri è passato e non può essere cambiato, domani deve ancora arrivare, ma non ne abbiamo la certezza.

Lascia andare ciò che è già accaduto
Qualche volta il problema che ci angustia non riguarda il presente ma qualcosa che è accaduto «nel passato». Noi continuiamo a tenere nella mente quei pensieri e quelle sensazioni del passato. Ma quante energie e tempo sprechiamo per fare questo?

Focalizza la tua attenzione su ciò che è importante per te
Se qualcosa non è in linea con i tuoi valori o semplicemente preferisci passare il tuo tempo in modo diverso, rispetta questa tua volontà. Molte volte ci ritroviamo a dire di sì solo per evitare il giudizio degli altri, per sentirci accettati, ma così facendo tradiamo noi stessi. Non preoccuparti del giudizio degli altri, spiega le tue ragioni con gentilezza e non sentirti in colpa se gli altri non capiscono, non è un tuo problema. Mettere le nostre priorità al centro non significa essere egoisti, ma rispettarsi.

Programma le attività
Per organizzare il proprio tempo, potrebbe essere utile fare un programma giornaliero o settimanale delle attività. Segna le cose da fare, quanto tempo pensi ti debba servire per ciascuna di esse. In questo modo è più facile avere il controllo sulle cose da fare e sul tempo a disposizione.

Passa del tempo con te stesso
Prima di essere padri, madri, mogli, mariti, impiegati, manager ecc., siamo persone con delle necessità. Trovare il tempo per noi stessi è importante per il nostro benessere e la nostra felicità. Può essere un trattamento di bellezza o tempo da dedicare alla lettura, a un nuovo hobby, a un nuovo sport, a te la scelta. Fare qualcosa per noi stessi e che ci nutre l’anima arricchisce la nostra vita.

Passa del tempo con chi ami
Stare con chi amiamo e con chi ci ama è una grande fonte di forza e di motivazione. Programma una sera a settimana per una cena fuori, per andare al cinema o per fare qualcosa insieme alla tua famiglia, al tuo partner. Questo può essere anche un modo per rompere la routine e condividere un’esperienza insieme.

E...buone vacanze!
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:07 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Giu 2017
Gestire il personal branding
Il tema del trattare se stessi e il proprio nome come un marchio ed applicare le categorie del marketing alla propria vita è una attività che negli ultimi anni ha trovato grande diffusione e pratica.
Non è strano.
Quando i mercati sono alle strette e non hanno confini, se non quelli che metti tu, la competitività diventa parossistica.
Qualunque cosa è un’alternativa ai miei prodotti e servizi che sono in concorrenza con merce e prestazioni che fino a ieri avrei classificato come innocue e ininfluenti per la mia performance.
Come l’influenza aviaria si sposta dagli animali all’uomo, questa competitività si trasferisce dalle cose alle persone.
Siamo noi i prossimi a essere passibili di sostituibilità.
Noi che credevamo di essere gli unici giudici, ora ci ritroviamo a essere giudicati.
Poco male per i venditori coscienti.
Molto male per i venditori incoscienti, nel senso di chi non ha cognizione di sé e del significato dei propri atti.
La gara è così spietata che l’asset, il patrimonio, la caratteristica più idonea da sfruttare, la meno imitabile e la più monetizzabile è il proprio profilo personale.
Ecco allora la trasposizione di alcune mosse di marketing aziendale in campo personale.
Competenza. Sapere risolvere problemi reali.
Visibilità. Che la gente sia in grado di sapere che gli puoi risolvere questi problemi.
Una rete che trasmetta la tua capacità e generi opportunità, connettendo domanda e offerta e magari stimoli nuovi livelli d’intervento.
Essere punti di riferimento per un’audience definita e affogare tutto il movimento che fai nella vita reale e in quella digitale, con la glassa dei tuoi talenti e dei tuoi tratti caratteriali più interessanti e marcati.
Occultare punti di debolezza e porre l’accento sui punti di forza.
Sapere raccontare in modo avvincente, credibile e motivante la tua storia individuale.
Tutto questo, e altro, è curare il proprio marchio personale.
Funziona. Ne sono certo per averlo visto produrre i risultati economici e di immagine che promette.
Tra le tante invenzioni e panacee che il mercato consulenziale è costretto a mettere insieme con i più disparati acronimi e termini perlopiù inglesi, questo funziona davvero e ci tengo a sottolinearlo.
Ma la piccola riflessione che vorrei tentare di fare con queste righe è una altra.
Corre veloce verso l’alto.
Richiede un salto di grande portata.
Un salto di coscienza.
Vediamo se riesco a spiegarmi.
Il mercato è un gioco, crudele e spietato, ma pur sempre un gioco.
Frutto di regole, a volte comprensibili, a volte meno.
In questo gioco noi siamo immersi totalmente e, per potere giocare adeguatamente, accettiamo che il gioco non sia un gioco, ma che sia la realtà data.
Non c’è nulla di male in sé, ma confondere un’attività umana, creata per produrre risultati materiali ed economici, con il senso dell’esistenza ha in sé i semi di un possibile disagio.
Un po’ come se Robert De Niro fosse ancora convinto di essere Travis Bickle, il ventiseienne alienato, depresso, tassista notturno di taxi Driver.
Noi, come donne e uomini, esistiamo al di là del mercato e dei mercati.
Esistevamo prima ed esisteremo poi, come genere, come specie.
Questi mercati sono una soluzione temporanea a un problema eterno per l'umanità.
Come sopravvivere materialmente in un ambiente più o meno difficile.
La soluzione attuale, il capitalismo e il libero sono estremamente produttivi per il benessere materiale e l’evoluzione e diffusione del benessere fisico della specie.
Permette potenzialemente anche a chi abita in Alaska o nel Sahara di vivere con dignità.
Come fa’ un termosifone o un condizionatore, alterano le condizioni date.
Ma come sempre accade per qualcosa di artificiale, serve adattare chi deve giocare in modo che giochi bene, mano a mano che la specializzazione cresce.
Come i cani da combattimento o i tori da corrida.
I canarini da competizione, i gladiatori o i cavalli da corsa.
Non vanno bene tutti.
I mercati, oltre ad essere conversazioni, sono invenzioni umane.
Il profilo dei giocatori anche.
Qui è il nodo.
Noi siamo qualcosa in più.
Siamo un passo più in là della nostra idea di noi stessi.
Siamo un grumo di pensiero ed emozioni capaci di ragionamenti ma soprattutto di sensazioni e sentimenti.
Siamo individui nati con una coscienza che permette di osservare il nostro pensiero.
E il pensiero è la radice del mondo che abbiamo creato.
Siamo potenzialmente dei creatori di realtà.
Ma a volte, spesso a dire la verità, dimentichiamo e confondiamo causa ed effetto.
Rovesciandoli.
Una via verso l’insoddisfazione, che ricordiamolo è il meccanismo chiave del gioco di mercato, è dimenticare che possiamo essere ciò che desideriamo.
A prescindere da ciò che noi o altri crediamo di essere.
Capisco che sia un po’ complicato.
Mi rispiego.
Tutto parte dal pensiero, l’idea di noi, dei giochi che vogliamo mettere in piedi, delle regole, dei meccanismi.
A volte, dimentichiamo che i creatori di questa realtà siamo noi.
La costruiamo a partire dai nostri ricordi, sensazioni, giudizi, conoscenze.
Ma è pur sempre solo una tra le innumerevoli possibilità.
Se domani decidessimo di essere felici con altre regole potremmo farlo.
Purtroppo ci scordiamo spesso di questo particolare e crediamo che il gioco, la realtà , le circostanze siano più reali di noi.
Siamo enormemente più grandi e potenti del gioco che abbiamo messo in piedi.
Come De Niro è enormememente più potenziale di Travis Bickle che è solo una delle facce che può assumere o non assumere.
Il Personal Branding è uno strumento per giocare meglio al gioco.
Non per sostituirsi alla nostra esistenza più alta.
Infondere la propria personalità nella competizione economica funziona in termini di risultato.
Punto.
Non soddisfa la voglia di crescita personale, di essere persone che volano più alte per comprendere quale sia il destino che ci attende meno dopo questo passaggio sul pianeta.
Da risposta alla domanda “ chi devo essere io per funzionare bene nel gioco?”.
Non dà risposte alla domanda “Chi sono io in realtà, al di la del mercato?”.
Visto che spesso mi ritrovo in aula a parlare di Personal Branding, devo marcare questo importante fatto.
Qualcuno fa confusione e si espone a un pericolo grande.
Di essere qualcosa che è solo una tra le mille possibilità e rimanerci incastrato per tutta la vita, in un impeto di costretta coerenza.
Drammatico.
Per cercare la felicità si devono affrontare le domande alte e poi, strumentalmente e sapendo che tutto è una commedia che sembra quasi reale, affrontare le domande più materiali.
Le prime riguardano lo spirito, l’anima, o qualunque nome si voglia dare a quel qualcosa che è prima di noi e delle nostre invenzioni.
Le seconde sono le domande che ci servono a vivere, portare a casa il pane, a mantenere i figli a scuola o ad andare in vacanza.
E’ importante non confondere i livelli e cercare di fare il meglio su ambedue.
Non siamo solo quello che vogliamo dimostrare sul mercato.
Lì si pratica una parte, si ricopre un ruolo.
Recitiamo pure, e bene, godendoci i frutti dell’agonismo di mercato.
Ma non fermiamoci li.
Abbiamo un avvenire più grande se solo alzeremo lo sguardo per vedere le infinite strade che possiamo disegnare senza l’aiuto delle regole.
Sebastiano Zanolli
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  12:17 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Mag 2017
Far diventare il cliente il nostro miglior venditore

Consideriamo i fatti.
Per quanto eccellenti siano le nostre campagne pubblicitarie o aggressive le nostre azioni di marketing le impressioni della gente sui nostri prodotti saranno basate, in larga misura, su quanto hanno sentito dire da altri. Questo, dopo tutto non sarebbe così tragico se potessimo condizionare quello che gli altri raccontano anzi sarebbe un canale meraviglioso.
Non solo è possibile dirigere la vox populi, ma la cosa è più semplice di quanto si possa immaginare.
Il passaparola è sempre esistito, ma i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni, soprattutto per quanto riguarda il potere assunto dai consumatori nel loro rapporto con le imprese e le evoluzioni nelle tecnologie di comunicazione, ne hanno amplificato più che mai l’importanza. Bisogna fare i conti con la perdita di efficacia della pubblicità e del marketing tradizionale strumenti che non stabiliscono dialogo ma che sono considerati dai consumatori troppo ripetitivi e invasivi.
Un altro concetto obsoleto è il concetto di target. Se c’è una caratteristica tipica di questi anni è l’estrema personalizzazione che rasenta l’individualismo. Possiamo dire che nel nostro Paese esistono 60milioni di target differenti. A tutto ciò si aggiunge la proliferazione dei siti web e dei social media che trasmettono opinioni di persone ad altre persone. Nascono così i fenomeni viral, buzz e il word of mouth.
Questi fenomeni nuovi fanno leva sul passaparola e sono le nuove forme di marketing non convenzionale che conquisteranno e contageranno i consumatori dei prossimi anni.
Il passaparola rappresenta una fonte imprescindibile di informazioni e un meccanismo di diffusione di messaggi ,accelerati dalle nuove tecnologie. E’ quindi importante attuare una forte strategia di personal brand, raggiungere e individuare le persone più influenti, studiare i processi di condivisione dei contenuti e creare le occasioni giuste affinché i nostri messaggi possano essere veicolati adeguatamente.
Ovviamente i concetti basilari dai quali è necessario partire sono quelli di qualità, innovazione e relazione. E’ estremamente importante soddisfare il cliente ed evitare come la peste episodi che alimentino il passaparola negativo. Infatti solo prodotti che superino le aspettative del clienti e abbiamo veramente qualcosa di eccezionale possono essere in grado di creare quel chiacchiericcio, quel consiglio da amico,
quel la condivisione che ci porterà a prosperare anche in un momento particolare come questo.
Un decalogo:
-Dovete avere un grande prodotto
-Per tre persone che parlano bene ce ne sono 33 che parlano male
-Attenti alle relazioni interne, ogni membro del personale è veicolo di passaparola
-Coltivate gli stakeholder
-Disinnescate i clienti arrabbiati
-Generare un passaparola positivo è frutto di atteggiamenti positivi
-Strabiliate i vostri clienti superandone le aspettative
-Create un vero e proprio piano di marketing del passaparola
-Semplificate il tutto e puntate all’azione
-Rendete le cose facili.
Claudio Maffei

 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  16:33 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Apr 2017
Il giovane giocatore
Ho un aneddoto carino che ricordo sempre con piacere. Che non ha influito direttamente sul mio business, ma ha avuto un impatto comunque molto importante sul mio lavoro.
Diversi anni fa, un Giovane Giocatore di una delle squadre di calcio più importanti d’Italia presso la quale lavoravo, non perdeva occasione per lamentarsi, a microfoni spenti e non, del fatto di rimanere sempre in panchina, di non avere l’opportunità di giocare, dell’ingiustizia con la quale, a suo dire, era trattato dall’allenatore. Queste dichiarazioni gli creavano problemi con il Club, con l’allenatore e anche con il Grande Giocatore che occupava stabilmente il posto cui il Giovane Giocatore ambiva. La sua immagine era quella non solo di un giocatore poco significativo, ma anche di un personaggio scomodo, di una persona scontrosa e dal cattivo carattere. Anche i rapporti con i colleghi ne erano danneggiati.
Lo presi da parte e gli spiegai che se avesse continuato così, quello cui sarebbe andato incontro sarebbe stata la cessione alla fine della stagione. Cessione che, stante la situazione, avrebbe significato soltanto una cosa: “retrocedere” ad una squadra senza dubbio meno prestigiosa di quella dove era da poco arrivato. Gli prospettai anche un diverso approccio, sia concreto, per il suo vivere quotidiano con la squadra, sia di comunicazione. Da quel momento, avrebbe dovuto considerare l’esperienza che stava vivendo, non più come un’ingiustizia e una gabbia alle sue possibilità, ma al contrario come un’opportunità: quella di essere la riserva di uno dei più grandi campioni della storia del nostro calcio. Un’occasione per imparare e per farsi trovare preparato nel momento, che prima o poi sarebbe sicuramente arrivato, nel quale fosse toccato a lui scendere in campo per sostituire il Grande Giocatore. Dal punto di vista della comunicazione, gli suggerii di dimenticare le rivendicazioni e le frasi dure che aveva utilizzato fino ad allora, per passare a trasmettere anche all’esterno il suo nuovo modo di vivere la sua posizione di riserva del Grande Giocatore. Doveva cogliere ogni occasione per dire come si sentisse orgoglioso e fortunato a vivere quell’esperienza, lui così giovane, dietro ad uno dei più grandi.
E così fece. L’occasione fu un’intervista ad una rete televisiva nazionale. Il Giovane Panchinaro era diventato una Giovane Speranza, ottimista e carico di buona volontà. Ora dipendeva soltanto dall’allenatore saper cogliere e valorizzare queste qualità. La Società si accorse del cambiamento di atteggiamento e cominciò a valorizzarlo maggiormente, se non ancora in campo, perlomeno nelle attività di comunicazione, offrendogli delle opportunità che prima gli venivano negate. In poco tempo, anche a causa di un leggero infortunio del Grande Giocatore, il Giovane dovette dare dimostrazione delle sue capacità in campo. E si fece trovare preparato. Ormai, anche il suo modo di interagire con i media era cambiato: i musi lunghi, le rivendicazioni e le risposte a monosillabi erano un ricordo. E questo gli fu sicuramente determinante quando, finalmente, poté raccontare davanti ai microfoni la sua soddisfazione per le prestazioni sul campo di gioco e la sua ammirazione e riconoscenza per il Grande Giocatore “cui doveva tutto”. Dopo poco arrivò la chiamata in Nazionale, dove il Grande Giocatore da tempo non era più titolare, ma dove il Giovane Giocatore non sarebbe mai approdato senza quel cambiamento nel suo atteggiamento che aveva portato anche ad una diversa percezione che gli altri avevano di lui. Ecco, credo che questo esempio, che a volte utilizzo anche con i miei clienti, possa essere illuminante per far comprendere come un diverso approccio e un diverso modo di comunicare possa far cambiare nella sostanza le cose.
Barbara Ricci - Sport Wide Group
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:26 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Mar 2017
Giovanni Ferrero: "La mia Nutella non va in Borsa"
TORINO - Padrone o imprenditore? "Senza arroganza mi definisco un operatore sociale nel campo economico. Vorrei riuscire a diventare l'interprete di un capitalismo non rapace ma illuminato". Giovanni Ferrero, 50 anni, è il signor Nutella. Amministratore delegato unico del gruppo di Alba dal 2011 è oggi il principale esponente della famiglia che guida il terzo gruppo mondiale nel settore del cioccolato. A 11 anni è stato iscritto alla scuola europea di Bruxelles, in un periodo, gli anni '70, in cui molte famiglie italiane mandavano a studiare all'estero i figli per timore dei rapimenti. Ama la letteratura, ha scritto diversi romanzi ambientati in Africa. È sposato, ha due figli. Questa è la sua prima intervista dopo la scomparsa del padre Michele.
Lei si trova oggi fuori Italia. Dove si sta godendo le vacanze?
"Non sono in vacanza. Sono al lavoro, in questo momento in Lussemburgo".
L'imprenditore non va mai in vacanza, è così?
"Questo è un mito da sfatare. Io non credo che sia utile lavorare senza soluzione di continuità. Penso anzi che sia necessaria, ogni tanto, una sana cultura del distacco. Le pause servono a creare un po' di lontananza critica. Prendendo le distanze da quel che si fa, si finisce per lavorare meglio ".
Guardiamo con distacco il capitalismo italiano. Da metà Novecento a oggi è stato dominato dalle imprese di famiglia, come la sua. Ha ancora senso il modello del capitalismo familiare nel mondo globale?
"Premetto che per me esistono la buona e la cattiva imprenditoria, al di là dei vincoli di sangue. Poi, certo, le imprese basate su una famiglia hanno il grande vantaggio di poter pianificare le loro strategie nel lungo termine. A noi è capitato. Le visioni di una generazione vengono portate avanti dalla successiva, senza doversi preoccupare del risultato finanziario del prossimo trimestre, come invece accade alle società dominate dai fondi di investimento. Questo è un grande vantaggio".
Ci sono anche gli svantaggi?
"Certo e sono evidenti. Noi Ferrero siamo sempre attenti ad evitare quegli svantaggi. Il capitalismo familiare è spesso ombelicale, guarda al suo interno e non si proietta all'esterno. Va assolutamente evitato il rischio di dover disperdere il capitale per mettere d'accordo tutti in famiglia perché questo indebolisce le società con il risultato di avere un nanocapitalismo che considera il mondo esterno come un nemico dal quale difendersi. Questo atteggiamento è quello che spesso ha fatto deflagrare il capitalismo familiare italiano. Naturalmente e per fortuna ci sono esempi virtuosi che dimostrano come si possa evitare questa deriva".
Lei ha promesso di mantenere le tradizioni di famiglia in un gruppo mondiale che si avvia a fatturare 10 miliardi di euro l'anno. Ma ha anche annunciato che è ormai arrivato il momento di "superare le colonne d'Ercole", insomma di cambiare la pelle della Ferrero. Come?
"Il rapporto con l'Italia e con le radici di Alba rimarrà inalterato. Alba è il nostro sancta sanctorum, lì è cominciato tutto. Ma se vogliamo crescere non possiamo accontentarci di conservare l'esistente. Vale per noi come per altre aziende. Per svilupparci dobbiamo diventare più grandi, cercare alleanze, fusioni. Per crescere dobbiamo cercare il valore dove si sta creando, andare fuori dall'Europa. Le do due sole cifre: dieci anni fa le sette principali aziende del nostro settore rappresentavano insieme il 35% del fatturato. Oggi le prime cinque superano da sole il 60%. Le aziende si concentrano perché questo è l'unico modo per avere a disposizione i capitali necessari a svilupparsi. E si cresce fuori dall'Europa dove i mercati salgono, in media, del 15%".
Qual è l'alternativa?
"Difendere il fortino esistente, combattere contro la storia. Un'assurdità. Noi Ferrero non lo abbiamo fatto. Mio padre cominciò a investire in Francia negli anni Cinquanta quando tutte le società si accontentavano di sfruttare il boom economico italiano. Vide lontano. Oggi la Francia è il nostro mercato più forte".
Verremo dopo a una questione che riguarda la Francia. Nelle scorse settimane lei ha rotto un tabù: ha annunciato l'acquisto di una società del cioccolato, l'inglese Throntons, un'operazione da 157 milioni di euro. Ferrero comincia a comperare altre società dopo aver trascorso mezzo secolo a crescere da sola. A che punto è l'operazione?
"Siamo quasi al 75 per cento di adesione all'offerta amichevole di acquisto. Questo significa che tra poco potremo togliere la società dal listino della Borsa, come annunciato. Siamo molto soddisfatti per le opportunità di crescita che l'acquisto di Thorntons ci offre sul mercato inglese".
Ecco, il tabù della Borsa resiste. Mai la Ferrero in un listino?
"Fino a qualche anno fa quotarsi presentava rischi e opportunità".
Sembra il modo più veloce per raccogliere capitali, non crede?
"Certo. Ma noi abbiamo le risorse necessarie a finanziare la nostra crescita da soli. E oggi andare in Borsa è più rischioso di qualche tempo fa per la pressione dei rappresentanti dei fondi di investimento nelle società quotate".
Dunque mai in un listino?
"Oggi non ne abbiamo bisogno. Se un giorno si ponesse il problema come conseguenza della partnership con una grande società, forse allora non ci potremmo più permettere il lusso di rifiutare la Borsa. Ma oggi non è un'ipotesi realistica".
La Ferrero è ancora una società italiana?
"Siamo orgogliosi di essere considerati uno dei fiori all'occhiello dell'Italia. Noi in verità siamo da tempo una società europea, l'Italia rappresenta il 17% del nostro fatturato. In prospettiva, diciamo entro i prossimi cinque anni, pensiamo di diventare una società mondiale che realizza fuori dall'Europa il 51% del fatturato".
Lei da giovane non ha dovuto risolvere il problema. Ma che cosa consiglierebbe ai ragazzi italiani che cercano un lavoro?
"Penso che la disoccupazione dei ragazzi sia la più grande negatività sociale dell'Europa e dell'Italia. Ammiro le riforme che sta portando avanti il governo italiano e questo mi lascia ben sperare. Consiglierei ai ragazzi di non lasciarsi spegnere le speranze: chi riesce a vincere in questo momento difficile è più forte delle generazioni che lo hanno preceduto".
Torniamo alla Francia. Ségolène Royal ha invitato a non mangiare più la Nutella per combattere la deforestazione legata al consumo di olio di palma. Come risponde?
"Innanzitutto noi siamo tra le aziende che hanno fatto di più sulla tracciabilità dei prodotti e nel rapporto con le popolazioni delle località di produzione. Abbiamo un welfare che estendiamo il più possibile ai nostri collaboratori nei paesi di produzione delle materie prime".
Queste scelte eviteranno la deforestazione per utilizzare l'olio di palma negli alimenti?
"Con le conoscenze scientifiche di oggi possiamo limitare la deforestazione, non eliminarla. Il potere nutritivo dell'olio di palma è sette volte superiore a quello di altri oli e la popolazione mondiale sottonutrita è di 850 milioni di persone".
Dunque che cosa risponde al ministro Royal?
"Che la sua caduta di stile mi ha un po'stupito. Pensavo che fosse una nostra affezionata cliente. Ci sono molte foto di famiglia che la ritraggono con un barattolo di Nutella in mezzo alla tavola. In ogni caso noi continueremo a fare tutto il possibile per rendere il mondo migliore e più dolce di come lo abbiamo trovato".
PAOLO GRISERI
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:28 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Feb 2017
Ho visitato una scuola svizzera. E sono rimasto sconvolto
Nelle scorse settimane mi è capitato di visitare una scuola secondaria di secondo grado svizzera. Un’esperienza sconvolgente.
Intanto ad accompagnarmi nel tardo pomeriggio di un giorno festivo è stata una professoressa perché lì tutti i docenti possono entrare a qualsiasi ora del giorno e della notte: con una chiave elettronica l’amica docente ha aperto ogni porta, da quella d’ingresso a quella del laboratorio d’arte a quella della mensa.
La prima tappa è stata l’aula insegnanti: un’accogliente stanza con divani, poltrone, quotidiani, riviste, una bacheca con gli appuntamenti culturali della città e della scuola, un angolo cottura e una scrivania con tanto di personal computer per ogni professore. “Prepariamo qui le nostre lezioni. Questo è un luogo dove possiamo studiare, formarci, scambiarci materiale e informazioni”, mi ha spiegato la collega elvetica.
Per loro c’è anche una mensa gestita insieme a quella dei ragazzi: tavoli e sedie comode, un self service all’avanguardia, un’illuminazione moderna e per chi non vuole spendere c’è una sala con dei forni a disposizione per riscaldare il cibo portato da casa.
Senza parlare del teatro, moderno, attrezzato e dell’elegante emeroteca con inclusa una ludoteca aperta ai ragazzi e gestita da un’addetta che si prodiga per trovare sempre nuove proposte per i giovani studenti. Il tutto in un contesto pensato e progettato non certo dal tecnico comunale o dall’amico del sindaco ma dall’architetto Santiago Calatrava che ha pensato questo spazio in funzione dei ragazzi. Insomma una scuola che nasce per essere uno spazio educativo e non un antico palazzo trasformato in edificio scolastico.
Senza parlare delle aule e del laboratorio d’arte attrezzato come se fosse l’Accademia. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata quella di non trovare un cuore, un “Ti amo”, un Marco + Eva o una qualsiasi altra incisione “rupestre” sulle sedie, sopra o sotto il tavolo, sul muro.
Ad un certo punto ho chiesto alla mia amica di portarmi nei bagni. Almeno lì ero certo che avrei trovato una scritta: ho pensato che finalmente liberi dall’oppressione dei docenti svizzeri, nel segreto del cesso, i giovani svizzeri sarebbero stati uguali agli adolescenti italiani. Delusione: non una sola incisione. Nulla.
A quel punto ho iniziato a farmi qualche domanda: perché in Italia dalla scuola “media” alle superiori non c’è un solo banco o cesso senza scritte? Perché i nostri ragazzi non sentono “loro” la scuola dove trascorrono la maggior parte del tempo? Che accadrebbe se anche in Italia ogni insegnante avesse le chiavi per entrare a scuola quando vuole? Perché nel nostro Paese le scuole sono vecchie, insicure, pericolose e a poche centinaia di chilometri da Milano sono progettate da architetti all’avanguardia? Quanto conta la scuola per gli svizzeri e quanto per gli italiani? Eppure noi abbiamo la “Buona Scuola”.
di Alex Corlazzoli - IlFattoQuotidiano.it
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:49 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Gen 2017
Le regole limitano la tua libertà

Un giorno, in aula, stavo parlando di Paul Watzlawick, il grande maestro della comunicazione che ho avuto la fortuna di conoscere.
Riportai una sua frase che mi aveva molto colpito “Ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Un allievo alzò la mano e disse: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E’ il “subisce” che mi lascia perplesso, perché l’uso di un termine così negativo?
Allora spiegai il mio approccio che è più bio-chimico che psicologico.
I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all’interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.
Ho fatto molti corsi con Richard Bandler e lui spiega molto bene questa cosa.
Richard dice di non aver mai lavorato né per la terapia, né per il business. Ho lavorato, dice, solo per la libertà. Prende ad esempio gli schizofrenici che hanno un modello del mondo limitato e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.
E’ strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.
Questo è pazzesco!
L’unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.
Un esempio classico sono le persone metodiche. Queste persone sono le più esposte alla sofferenza.
Dovremmo tutti smettere di credere alle nostre convinzioni negative.
Il modo ideale per superare questo gap è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l’autoironia?
I peggiori che ho incontrato, in questo senso sono i “precisini” e i “capi”: sono troppo analitici, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male. Ho incontrato grandi capi di multinazionali che, dopo avermi chiamato con lo scopo di per far lavorare meglio le loro aziende, mi hanno spiegato meticolosamente quello che avrei dovuto fare. Questo avviene perché sono abituati a comandare.
Gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti e si dimenticano di insegnare nuove possibilità.
Anche i medici sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine per curarsi.
Hai questo…zac…devi prendere questo.
Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!
La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività.
Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l’inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Le ho imparate per chiedere soldi! Semplice no?
Richard Bandler dunque insegna alle persone a essere “libere”. Il contrario di essere “libero” non è essere “prigioniero” ma è essere “ostinato”. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.
Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo la loro mappa del mondo.
Einstein ha cambiato le leggi dell’universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: “queste sono le regole dell’universo”, lui diceva: bah… può darsi… ma io non ci credo!
Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso. La cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché “è” è statico, e così non puoi cambiarlo. E’ paranoico, è schizofrenico.
Bisogna dimenticare le regole, i modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.
Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.
Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure “naturali” sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:43 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





pagina 1 di 331 2 3 4 5 6 7 8 9 10   pagine successive




 Stampa questa pagina
 
 © Comuniconline.it - Web Project Graffiti 2000