Home | Site map | Contatti  
PENSIERI, PAROLE, STATI D'ANIMO.
Il nuovo libro di Claudio Maffei.
Home Page Claudio Maffei Comuniconline.it Staicomevuoi.it
  Sei in: Home

Relazioni Virtuose


CATEGORIE
 
Generale [ 331 ]


ULTIMI BLOG
 
 




yyARCHIVIO BLOG
 
Archivio completo
 


CERCA
 


ULTIMI COMMENTI
 
Un commento lucido
di : claudio maffei
Un commento lucido
di : Davide De Fabritiis
Diverso da chi
di : iris
Bella la vita!
di : Iris


1 Apr 2014
Come mangiavamo negli anni 70
Come mangiavamo negli anni 70
E’ il tema del “mi ricordo” di Ugo Savoia. Ne viene fuori uno struggente “come eravamo”
“Caro Totò, la tua pagina di chicche mnemoniche mi ha fatto riaffiorare alla mente- data la mia antica vocazione golosa – la svolta degli anni ’70, quando la nostra tradizione gastronomica – culinaria – ristorantizia di ossibuchivori milanesi fatta di paste, risotti, minestroni, arrosti, bolliti, cotolette e qualche pizza all’antica, venne travolta dalle novità che arrivavano sulla tavola da ogni parte.
Cominciamo dalla panna. Uno tsunami partito da chissà dove che portava nel menù famigerate pennette panna e salmone, tortellini panna e prosciutto, panna e funghi, panna e piselli, panna e panna, fino ad arrivare all’Alexander, uno dei cocktail che andavano per la maggiore a Milano e nei luoghi di villeggiatura.
Era un imbevibile intruglio, se non ricordo male, a base di gin, panna e una spolverata di cacao. Lo bevevi e lo digerivi il giorno dopo.
Erano anche gli anni in cui il palato scoprì l’altrettanto famigerato cocktail di scampi, uscito dalla mente di qualche chef internazionale, che, se ti ricordi, prevedeva degli insipidi gamberetti conditi con una urfida salsa a base di maionese e ketchup adagiati su un’intristita foglia di lattuga in una coppa di campagne . Faceva figo, ma era di una tristezza infinita. Nei ristoranti e nei locali andavano per la maggiore il Mateus rosé e il Vinho verde Lancers, vinelli portoghesi senza lode e con qualche infamia che venivano proposti con tutto, dall’antipasto al dolce.
Sugli scaffali di un supermercato ne ho rivisto di recente qualche bottiglia e mi è preso un’ondata di nostalgia. Gli aperitivi erano il Carpano Punt e mes, l’amaro Cora (anche gli occhi possono impazzire…) e Campari non era ancora assurto a icona del bere figo stile red passion.
In Tv girava la réclam del Nano ghiacciato, credo uno dei più grossi flop della Cinzano.
Io, milanese di nascita e di cultura, di pesce conoscevo soltanto la sogliola e il peperoncino piccante pensavo che fosse una droga pesante come l’eroina o la cocaina.
La mozzarella di bufala la mangiava chi aveva qualche amico napoletano e i gamberoni conosciuti erano soltanto quelli parlanti dei film di Walt Disney.
E non tocco il tasto della rucola solo perché non voglio tediarti ulteriormente.
Antonio D’Orrico- Sette
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:40 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



19 Mar 2014
Perché con un curriculum in formato europeo non troverete mai lavoro
Una delle cose che maggiormente mi infastidiscono quando devo leggere dei curriculum è il cosiddetto formato europeo e le sue varianti. Il fastidio che provo nel ricevere dei curriculum in tale formato è così grande da aver invitato tutti a non inviarlo mai di propria volontà, ma di ricorrerci solamente obtorto collo laddove venga esplicitamente richiesto e si è nella spiacevole condizione di dover necessariamente trovare un lavoro, accettando anche la produzione di siffatto curriculum come onesto compromesso per ottenerlo.

In quest’ultimo caso, comunque, consiglio sempre di guardare con sospetto chi richieda tale formato e, laddove si venga assunti, cercare di capire se la richiesta nasce da un responsabile delle risorse umane incapace, e a quel punto il tempo che verrà impiegato per licenziarlo sarà una buona misura dell’efficienza dei processi dell’azienda nella quale si è entrati, oppure è una vera e propria perversione dell’azienda stessa, e in questo caso si potrà iniziare immediatamente la ricerca di un nuovo posto di lavoro con la tranquillità però di chi non è così disperato da produrre un CV europeo per ottenerlo.

Ma quali sono i motivi di tale repulsione?

Nel mondo nel quale sono cresciuto tanti anni fa, un buon curriculum vitae aveva due caratteristiche:

1.dava le informazioni fondamentali sul candidato (ad esempio: età? Stato civile? Ha figli? Ha fatto il servizio militare? Dove abita?);
2.doveva far capire quali fossero le competenze e le esperienze del candidato (ad esempio: ha titoli di studio superiori? Quale università ha frequentato? Con quale voto ha ottenuto la laurea? Cosa ha fatto dopo gli studi? Dove ha lavorato? Quando? Con quali mansioni e quali risultati?).
Ma oggi quel mondo è finito per via della competizione. Quel modo di fare un CV, infatti, aveva senso quando, per fare un esempio, per un posto di lavoro si ricevevano 100 candidature di cui solo 10 erano di persone con i requisiti realmente aderenti alla posizione offerta. Lo scopo del selezionatore era dunque quello di individuare questi 10 candidati, chiamarli per un colloquio e poi effettuare la selezione. Erano i tempi in cui, per fare un esempio, un laureato in ingegneria era raro; se poi sapeva pure progettare qualcosa era un plus non trascurabile; se per caso sapeva anche parlare un inglese sufficiente aveva un vantaggio competitivo mostruoso sulla concorrenza.

Ma oggi?

Qualche tempo fa mi sono trovato a ricevere, in pochi giorni, 400 candidature per un posto di analista nel fondo per il quale lavoro. Dei 400 curriculum ricevuti, almeno la metà erano sulla carta perfettamente qualificati per la posizione offerta: età giusta, laurea giusta con votazione lusinghiera, inglese perfetto, seconda lingua piuttosto buona, esperienza pregressa interessante. Cosa fare, allora, passare a fare i colloqui a 200 candidati?

In realtà ne ho chiamati solo una dozzina: perché?

Perché in un contesto come quello attuale è di capitale importanza la capacità di far capire, dal semplice CV, non solamente chi siamo e cosa sappiamo fare, ma anche che tipo di persona siamo: siamo attenti ai dettagli, o no? Quando suona la campanella, stacchiamo dal lavoro oppure non molliamo la presa sino a quando non lo abbiamo portato a termine? Abbiamo una mentalità imprenditoriale o permettiamo alla nostra job description di essere un ostacolo tra noi e ciò che andrebbe fatto? Sappiamo intergrarci con i colleghi? Cosa ci aspettiamo dal lavoro per il quale stiamo candidandoci: ci interessa realmente, o è solo un mezzo onesto per pagare le spese?

Queste sono solo alcune delle domande a cui un curriculum scritto con chiarezza, formattato e strutturato con il nostro stile, riesce a rispondere agli occhi di chi lo sa leggere. Ognuno di noi ha un suo stile di comunicazione e ognuno è libero di decidere cosa comunicare, come e quando: come può un qualsiasi standard, uguale per tutti e deciso in qualche ufficio lontano, riesca a cogliere le infinite sfumature del nostro carattere, delle nostre ambizioni e speranze?

Quello che potrà cogliere sarà, nel migliore dei casi, solamente chi siamo e cosa sappiamo fare. E’ il formato perfetto per chi effettua selezioni del personale con criteri burocratici, criteri per i quali la selezione è effettuata dando dei pesi ad ogni voce del formato europeo (e questo spiega anche l’incredibile prolissità che viene indotta dal formato stesso), per poi selezionare il candidato che ha più punti, senza prendersi il rischio di scegliere e selezionare il candidato migliore per quel lavoro o per quella specifica necessità.

E’ l’approccio originato dalla utopia dell’iper-oggettivismo che nasce dalla ipertrofia burocratica che sta uccidendo il nostro paese. Ma forse questo è un altro discorso.

Augusto Coppola
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  19:44 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



7 Mar 2014
La lingua italiana, così bella da spiccare
Giovanni Galetta mi invia un ricordo esilarante. Ve lo ripropongo.
Corso di marketing in Bocconi. Fra i tanti partecipanti ce n’è uno, il direttore commerciale di un’azienda di rivestimenti, che trascrive avidamente (e poi ripete a bassa voce) tutti i termini anglosassoni, brand strategy, feedback, customer care… con l’ovvio intento di sfoggiarli poi coi suoi venditori.
Quando coglie il termine ambaradan, usato dal docente milanese per indicare un generico “tutto”, gli si accende chissà quale lampadina nella testa: interrompe la lezione ed esige spiegazioni dettagliate senza cogliere, poveretto, i mormorii ironici che riempirono l’aula né l’acidità del docente, che gli consiglia di non confondere ambaradan con ambarabà (quello che poi ciccì coccò, tre civette sul comò).
Lui non fa una piega: annuisce e trascrive tutto.
Per inciso: brand strategy = strategia di marca, feedback = commento, opinione, risposta, riscontro o (più tecnicamente) retroazione, customer care = assistenza clienti.
Ho sempre avuto il sospetto che i massimi tifosi dei termini inglesi sparsi a caso nel discorso, come petali di rose sulla strada della processione, fossero persone che non sanno l’inglese.
Così, la parola esotica assume una potenza misteriosa, che trascende il suo significato, e per esempio meeting appare infinitamente più moderno, tecnologico ed efficace di una qualsiasi riunione nostrana.
Giuseppe Antonelli, invece, condivide (grazie!) l’articolo di Gianni Mura, che se la piglia con il profluvio di spending review, red carpet e jobs act sui quotidiani, e poi segnala la recente richiesta dell’Accademia della Crusca di considerare l’italiano lingua costituzionale.
Chiariamoci: non ce l’ho su con l’inglese, né con alcuna altra lingua straniera. Ho anche scritto di recente un elogio sfegatato dell’essere bilingui. Non ce l’ho su nemmeno con chi non parla inglese alla perfezione: anch’io lo mastico peggio di quanto vorrei e mi porto a casa di buon grado i miei strafalcioni sia quando parlo, sia quando scrivo.
Infine, non ce l’ho su neanche coi molti termini inglesi, da toast a mouse, che usiamo correntemente: del resto anche l’inglese comprende molte più parole di origine italiana di quanto possiamo immaginare.
Quella che mi sembra deplorevole è la debordante marmellata di termini inglesi sparsi del tutto a capocchia e inutilmente (essendo vivi, vegeti e precisi i corrispondenti termini nella nostra lingua) all’interno di un discorso in italiano.
Tra l’altro: segnalo che la deleteria idea di tenere tutti (tutti!) i corsi di laurea specialistica in inglese potrebbe avere la conseguenza di azzerare, dopo un po’, l’impiego e la memoria di una quantità di termini specialistici in italiano. Così, potremmo avere ingegneri civili che, nei cantieri, discutono (auguri!) coi muratori bergamaschi o albanesi della posa in opera di un joist perché non sanno dire “putrella”, e non hanno idea di quale sia la differenza italiana tra joist, balk e cantilever. Se no, chirurghi che non sanno che cosa domandare in italiano allo strumentista. E magari linguisti che usano termini inglesi a proposito della lingua italiana medesima. La questione è, a oggi, ancora aperta.
Infine: sono stata poche settimane fa a New York, che letteralmente trabocca di parole italiane, E che adesso ha un sindaco con un nome italiano, il quale parla (bene) in italiano, e ha un figlio che si chiama Dante. Aggiungo che la lingua italiana è non solo la sesta al mondo tra le più parlate, ma è anche la quarta lingua più studiata. Tutti buoni motivi per cui, se uno nasce, studia, lavora, vive e respira in Italia, è buono e giusto, oibò, che spicchi l’italiano.
Lingua la quale, di suo, ha tutti i numeri e le qualità per spiccare.
Annamaria Testa
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  19:06 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



27 Feb 2014
Autorete
Un calciatore del Cagliari, Daniele Dessena, è stato pesantemente insultato sul web da alcuni tifosi della sua squadra per avere indossato dei lacci color arcobaleno a sostegno della campagna contro l’omofobia. Una vicenda che ha subito propiziato nuovi sermoni contro l’arretratezza del maschio italiota. Sono andato a leggere i commenti incriminati: saranno stati una ventina. I tifosi del Cagliari sono almeno cinquecentomila. Se quella manciata di omofobi avesse scritto i propri pensieri sulla parete di un orinatoio, la questione sarebbe rimasta circoscritta ai frequentatori del luogo. Ma poiché i beceri hanno usato la Rete, la loro bravata è diventata una notizia. Senza che nessuno si fermasse a riflettere che sul web non interviene un campione significativo dell’opinione pubblica, ma solo chi è fortemente motivato a esprimersi sull’argomento in questione, perché ne è toccato in prima persona. E chi mai sarà toccato in prima persona dalle campagne contro l’omofobia, se non gli omofobi?


La sudditanza culturale dei giornalisti (e dei politici) verso la Rete sta cominciando ad assumere le forme di una malattia. Si vive appesi agli umori di minoranze infinitesimali, dilatandoli arbitrariamente a giudizi universali. Si scambia il salotto esclusivo di twitter per una piazza collettiva, quando la stragrande maggioranza degli italiani di twitter ignora persino l’esistenza. Come tutte le novità, il fenomeno è stato sopravvalutato proprio da chi dovrebbe avere gli strumenti intellettuali per filtrarlo. E adesso scusate, ma devo correre sui social network a leggere i commenti.

Massimo Gramellini - La Stampa
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  10:02 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



14 Feb 2014
Ai professori e ai formatori
Ho finito di leggere l'autobiografia di Margherita Hack, ho trovato queste sue riflessioni che mi sembrano interessanti per tutti gli insegnanti e formatori...
I miei professori non furono quasi mai dei maestri di vita. Erano solo persone che facevano – chi meglio chi peggio – il proprio lavoro (…). Posso capire che non tutti sono portati per l’insegnamento, perché oltre alla conoscenza della materia richiede anche una certa dose di capacità relazionali, di linearità espositiva e – perché no – di presenza scenica. Non è un mestiere per tutti (..). Saper spiegare con efficacia a se stessi e agli altri le cause e gli effetti di un fenomeno è una gran cosa. È un sintomo di una mente funzionante e ricettiva. Ben disposta a capire quello che gli era sfuggito in un primo momento. E c’è un ulteriore passaggio da non sottovalutare. Se io voglio prendere un concetto molto complesso e ridurlo ai minimi termini in modo da poterlo illustrare senza troppi paroloni al primo che incontro per strada, è indispensabile prima di tutto che io abbia capito in pieno quel concetto iniziale, che lo abbia fatto mio (…). Senza contare che divulgare ha una profonda valenza democratica, poiché prima di tutto vuol dire condividere.
Margherita Hack 9 vite come i gatti. i miei primi 90 anni laici e ribelli
 
Generale
postato da  claudio maffei alle  18:14 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



4 Feb 2014
Assolutamente si
Ma cosa gli è preso a tutti, sono rinscemiti?

Ogni intervistato, sia egli viceministro agli affari ingarbugliati, che esperto di deburocratizzazione rampante, ormai rispondono alle domande dirette con un rassicurante… assolutamente sì.

Salvo poi aggiungere tutti quegli argomenti olofrastici che ne sminuiscono la sicurezza, a prescindere dai quali, certo.

Poi, ai giornalisti e alle starlettes, si sono aggiunti gli interpreti illetterati dei reality show e i mentitori professionali che affollano i salotti serali dei talk show.

Ieri pomeriggi chiedevo telefonicamente ad un collega se ritenesse utile incontrarci di persona… assolutamente sì, la pronta risposta, a prescindere dal fatto che fosse molto occupato, quindi quasi no.

Già Dante realizzava che l’Italiano di allora fosse la lingua del sì. Sì lo farò, sì vengo domani, sì certo ci mancherebbe… sì, yes, da, certamente e ora… assolutamente sì.

Abbiamo sentito dire sì, tante volte a vanvera, che ora non basta più o almeno non basta più da solo.

Basta ascoltare un po’ Simona Ventura e i suoi emuli.

- Mi passi il sale? – Assolutamente sì – Passalo e stai zitto! -

- Sai che ora è? – Assolutamente sì – Chi se ne frega se lo sai assolutamente sì, dimmi l’ora, assolutamente cretino! -

Può darsi che sia arrivato dalle traduzioni letterali dei colloqui americani, dove l’originale absolutely viene spesso usato, senza yes però.

Del resto i traduttori dei film non sono mai stati in USA e non sanno che i pepperoni sulla pizza non sono le note verdure, ma salciccia piccante.

Che i tempi, così insicuri, abbiano contribuito a formare un vago senso di inadeguatezza alla semplice e breve affermazione Sì?

E’ già tranchant, SI vuol dire sì, non forse o quasi e magari,

NO vuol dire no, stop.

Personalmente mi rifiuterò, radicalmente, di ascoltare chicchessia usi a sproposito tale allocuzione.

Assolutamente sì, lo giuro.

Marcello Cividini
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:09 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



24 Gen 2014
Ne conosco tanti!
Il direttore generale di un’azienda riceve un invito per un grande concerto, dove sarà eseguita l’Incompiuta di Schubert.
Purtroppo, per un precedente impegno, gli sarà impossibile accettare l’invito. Essendo però un amante della musica classica, non vuole che l’invito vada perduto. Così lo regala al suo direttore dell’organizzazione e delle risorse umane, il quale accetta con entusiasmo.
Il giorno dopo al direttore generale viene spontaneo chiedere come fosse andato il concerto.
Grande la sorpresa nel sentire la freddezza da parte del collaboratore: “Le invierò una mia relazione appena possibile”.
Questa, puntuale, arriva il giorno dopo.
Il contenuto è, più o meno, questo:
“Primo: durante considerevoli periodi di tempo i 4 oboe non fanno nulla, quindi si potrebbe ridurne il numero e distribuire il lavoro al resto dell’orchestra.
Secondo: i dodici violini suonano le medesime note, quindi l’organico dei violinisti dovrebbe essere drasticamente ridotto.
Terzo: non serve a nulla che gli ottoni ripetano i suoni che sono già stati eseguiti dagli altri”.
E conclude: “Se tali passaggi, ridondanti,fossero eliminati, il concerto potrebbe essere ridotto di un quarto, con evidente risparmio di tempo e risorse.
Se Schubert avesse potuto tener conto di tali indicazioni avrebbe terminato la sinfonia prima di morire”.

Questa storia mi ha fatto sorridere e mi ha fatto pensare che c’è bisogno di recuperare la dimensione della bellezza del lavoro e il suo significato più profondo, per non cadere nella disperazione del lavoro che non c'è o nella frustrazione di un lavoro per forza.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:23 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



14 Gen 2014
15 cose da sacrificare per essere felici
Questo articolo è stato scritto da un membro del nostro team internazionale: Dana.
Dopo aver collezionato un milione di share su Facebook (si, proprio un milione) abbiamo pensato fosse un peccato non condividerlo in italiano con tutti i membri della community di Omnama.
Si tratta di 15 abitudini, pensieri o azioni che ci impediscono di essere felici.
Non è brevissimo, si, ma ne vale davvero la pena!
Ecco una lista di 15 cose senza le quali la tua vita diventerà molto più semplice e soprattutto più felice.
Troppo spesso la nostra vita si cristallizza intorno ad abitudini che non ci provocano altro che stress, dolore e sofferenza.
E invece di lasciarle andare e permetterci di essere più sereni, ci aggrappiamo ad esse con tutte le nostre forze.
Bè, non più! A partire da oggi abbandoneremo tutto quello che non ci serve e abbracceremo insieme il cambiamento.
Pronto? Si parte!
1. Lascia andare il bisogno di avere sempre ragione.
Siamo in così tanti a non sopportare l’idea di avere torto. Anche a costo di distruggere grandi amicizie o rapporti e causare grosso dolore a noi e agli altri.
Non ne vale la pena. Punto!
La prossima volta che senti l’urgenza di tuffarti in una zuffa su chi ha torto o ragione, chiediti quello che Dr Wayne Dyer suggerisce:
‘‘Preferisci aver ragione a tutti i costi…oppure essere gentile?’’.
Che differenza farà davvero alla fine? Il tuo ego è davvero così grande?
2. Lascia andare il bisogno di avere tutto sotto controllo.
Accetta di non ascoltare il tuo bisogno di essere sempre in controllo di situazioni, persone, ecc. Che si tratti di amici, familiari conoscenti o passanti che incontri per strada, lasciali vivere.
Permetti a ciascuno intorno a te di rivelarsi per quello che è e vedrai quanto ti sentirai meglio quasi istantaneamente.
“Lasciando andare, si ottiene tutto. Il vero vincitore è chi lascia andare.” Lao Tzu
3. Lascia andare il bisogno di trovare un colpevole.
Smettila di considerare altre persone o circostanze i responsabili di quello che hai e noi hai, di come ti senti o non ti senti. Smetti di diluire il tuo potere e comincia ad assumerti la responsabilità della tua vita.
4. Lascia andare quelle controproducenti chiacchiere mentali.
Quante persone continuano a farsi del male con la loro spirale di pensieri negativi e controproducenti.

Non credere a tutto quello che la tua mente ti dice – specialmente se è qualcosa di negativo e controproducente.
Tu sei molto meglio di così. Credimi!
“La mente è uno strumento superbo, se usato correttamente. Usato male, tuttavia, può avere effetti distruttivi.” Eckhart Tolle
5. Lascia andare le tue credenze limitanti.
Su quello che puoi o non puoi fare, su quello che credi sia possibile o impossibile. D’ora in poi, non permetterai più ai tuoi pensieri limitanti di bloccarti nel posto sbagliato. Apri le tue ali e vola!
“Una credenza non è un’idea trattenuta nella mente, è un’idea che trattiene la mente. ” Elly Roselle
6. Smettila di lamentarti.
Abbandona una volta per tutte il continuo bisogno di lamentarti per tuuuutte quelle cose – persone, situazioni e circostanze che ti rendono infelice, triste e depresso.
Nessuno ha il potere di renderti infelice a meno che tu non glielo permetti. Non è la situazione a scatenare quella sensazione in te, ma è come tu decidi di guardarla.
Non sottovalutare mai il potere del pensiero positivo!
7. Lascia andare il lusso di criticare.
Lascia andare il bisogno di criticare cose, eventi persone che sono diverse da te o da come te le aspettavi. Siamo tutti diversi, eppure siamo anche tutti uguali.
Tutti vogliamo essere felici. Tutti vogliamo amare ed essere amati, e tutti vogliamo essere compresi. Tutti desideriamo qualcosa e quel qualcosa è desiderato da noi tutti.
8. Lascia andare il bisogno di impressionare gli altri.
Smettila di tentare così disperatamente di sembrare qualcuno che non sei solo per piacere agi altri. Non funziona così.
Nel momento in cui ti spogli di tutte le maschere, il momento in cui accetti il vero te, ti accorgerai che le persone saranno attratte a te senza nessuna fatica.
9. Lascia andare la tua resistenza al cambiamento.
Il cambiamento è buono. Il cambiamento ti aiuterà a muoverti dal punto A a punto B. Il cambiamento ti aiuterà migliorare la tua vita e anche quella di chi ti circonda. Segui ciò che ti rende felice, abbraccia il cambiamento, no resistergli.
“Segui ciò che ti rende felice e l’universo aprirà porte per te dove c’erano solo muri. ” Joseph Campbell
10. Lascia andare le etichette.
Smettila di incollare etichette a cose, persone o situazioni che non comprendi in quanto diverse o strane e prova ad aprire la tua mente, a poco a poco. La mente funziona solo quando è aperta.
“La forma più alta di ignoranza si ha quando rifiuti qualcosa solo perché non la conosci affatto.” Dr. Wayne Dyer
11. Abbandona le tue paure.
La paura è solo un’illusione. Non esiste – è creata da te. Nella tua mente. Aggiusta l’interno e l’esterno si aggiusterò da sé.
“L’unica cosa che dobbiamo temere, è la paura stessa.” Franklin D. Roosevelt
12. Lascia andare le scuse.
Invitale a fare i bagagli e dì loro che sono licenziate! Non hai più bisogno di loro.
Troppo spesso ci limitiamo a causa delle scuse che produciamo. Invece di crescere e sforzarci di migliorare noi stessi e la nostra vita, restiamo bloccati e mentiamo a noi stessi, usando tutte le scuse possibili e immaginabili…
… scuse che il 99.9% delle volte non sono nemmeno reali.
13. Lascia andare il passato.
Lo so, lo so. Questo non è facile. Specialmente quando il passato appare molto più sicuro e confortevole del presente, mentre il futuro sembra così spaventoso. Ma quello che devi sforzarti di pensare è che il momento presente è tutto ciò che hai e che avrai sempre.
Il passato che tanto desideri – quel passato che adesso continui a sognare – è stato da te ignorato quando era presente. Smettila di ingannarti.
Sii presente in ogni singolo momento della tua vita. Dopo tutto la vita è un viaggio non una destinazione.
Abbi una visione chiara del futuro, sii pronto, ma sii anche sempre presente nel momento che stai vivendo.
14. Lascia andare l’attaccamento.
Questo concetto è uno dei più difficile da afferrare per la maggior parte di noi, e devo ammettere che lo è stato anche per me (lo è ancora, per la verità).
Ma comprenderlo non è impossibile. Migliorerai gradualmente con il tempo e la pratica.
Il momento in cui ti separi da tutte le cose, diventi così sereno, così tollerante, così gentile e così tranquillo. Il che non significa che smetti di amarle, perché amore e attaccamento non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro.
L’attaccamento nasce dalla paura, mentre l’amore…bè il vero amore è puro, gentile, e generoso; dove c’è amore non può esserci paura e alla luce di questo, amore e paura non possono coesistere.
Raggiungerai un luogo da dove sarai in grado di comprendere tutto senza nemmeno provarci. Uno stadio che va ben oltre le parole.
15. Smettila di vivere una vita all’altezza delle aspettative degli altri.
Troppe persone vivono una vita che non appartiene loro. Vivono la propria vita sulla base di cosa gli altri pensano sia meglio per loro. Ignorano la loro voce interiore. Sono così occupati ad accontentare tutti che perdono controllo sulle loro stesse vite.
Dimenticano che cosa li rende felici, di che cosa hanno bisogno ed eventualmente.. di sé stessi.
Ricorda che hai una sola vita da vivere: quella che stai vivendo in questo momento.
Vivila!
Possiedila!
E specialmente non lasciare che altrui opinioni ti distraggano dal tuo percorso.


 
Generale
postato da  laudio Maffei alle  23:31 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



1 Gen 2014
10 preziosi insegnamenti di Albert Einstein
Albert Einstein: fisico teorico, filosofo, uno degli scienziati più influenti di sempre.
Nel 1921 premio Nobel per la fisica.
Il suo nome è noto tra la gente come sinonimo di grande intelligenza e genialità.
Ecco, per te, una raccolta di alcuni tra i suoi migliori insegnamenti:
• Segui la tua curiosità: “Non ho alcun talento particolare. Io sono solo appassionatamente curioso”
• Sii perseverante: ”Non è che io sia così intelligente, è solo che affronto i problemi più a lungo.”
• Concentrati sul qui ed ora: ”Ogni uomo che può guidare in modo sicuro mentre bacia una bella ragazza semplicemente non sta dando al bacio l’attenzione che merita.”
• Vivi il presente: ”Non penso mai al futuro – arriva già abbastanza presto.”
• L’immaginazione è potente, allenala ogni giorno: ”L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima di ciò che stai attraendo nella vita. L’immaginazione è più importante della conoscenza ” “Il vero segno dell’intelligenza non è la conoscenza, ma l’immaginazione”.
• Fai esperienza, metti in pratica perché la conoscenza nasce dall’esperienza: “L’informazione non è conoscenza. L’unica fonte di conoscenza è l’esperienza “.
• Se vuoi una vita migliore, modifica le tue azioni e i tuoi pensieri: ”Follia: fare la stessa cosa più e più volte e aspettarsi risultati diversi”.
• Dai il massimo: “Devi imparare le regole del gioco. E poi devi giocare meglio di chiunque altro”.
• Sbaglia: ”La persona che non ha mai fatto un errore, non ha mai tentato qualcosa di nuovo”.
• Crea valore e attirerai il successo: ”Non sforzarti di essere una persona di successo, quanto piuttosto di essere una persona di valore”.
In questi primi giorni del 2014 probabilmente ti ritroverai a fare un bilancio di ciò che è stato, ed a guardare al nuovo anno con nuovi obiettivi, nuovi sogni da realizzare; così ho deciso di condividere con te questa raccolta di preziose lezioni di vita di Albert Einstein, spero siano anche per te spunto di riflessione e fonte di ispirazione.
Che il 2014 sia, per te, il miglior anno di sempre!


Grazie a Marta De Cristan - iomemorizzo.it
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:00 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



25 Dic 2013
Non auguratemi più buon natale via mail
Alberelli con migliaia di lucine intermittenti, enormi palle di Natale che pendono a perpendicolo sullo schermo con malinconiche musichette in sottofondo, presepi rinascimentali, natività naïf, sacre famiglie a fumetti, Babbi Natale postmoderni, pupazzi neogotici animati, cieli stellati d’après van Gogh, e comete ovunque, su pini innevati, su profili metropolitani, su poetici paesaggi montani. Rime improvvisate e parole ispirate seguite da schiere inquietanti di puntini sospensivi o da triplici punti esclamativi!!! Citazioni colte: da poeti illustri (Gozzano e Saba i più gettonati) e Padri della Chiesa e filosofi e santi. Il tutto rigorosamente incorniciato dal logo dell’azienda che coglie l’occasione per annunciare la natività non di Gesù Bambino, ma della sua prossima iniziativa: una nuova collana editoriale per l’anno che verrà, una nuova mostra per aprile, un convegno a gennaio, una geniale idea regalo, la proposta di un viaggio transoceanico low cost, il raduno annuale degli allevatori di suini, l’apertura di un agriturismo-discoteca per la notte di san Silvestro...

Una slavina di auguri, una valanga, il diluvio via mail. Due-trecento al giorno, auguri che si posano a migliaia come fiocchi di neve sulla coltre ormai liquefatta della posta elettronica. Da rimanerne sommersi come nella nevicata storica del febbraio 1956. E tutti giù a spalare, elimina elimina elimina... A Natale siamo diventati tutti spalatori di spam e affini. Si tende a eliminare tutto, per sopravvivere, per disperazione, nella fretta anche i pochi auguri degli amici che invece volevano davvero augurarti, semplicemente, sentitamente e con tutto il cuore, Buon Natale e Buon Anno Nuovo, con le maiuscole. È l’apoteosi della quantità, il consumo globale di frasi fatte e di invii a buon mercato. Tanto non costa niente, neanche il disturbo di scegliere un bigliettino in cartoleria, di scriverci su un pensierino, di imbustarlo, affrancarlo e imbucarlo. A utilizzare l’intera mailing list si fa prima. Un clic e via, il messaggio augurale si irradia verso l’ignoto, centinaia di migliaia di messaggi in bottiglia: chi li piglia li piglia.

Eliminarli è già una fatica: mittenti mai visti, nomi mai sentiti, sigle nebulose (di che cosa?) che non vedrai mai più per dodici mesi esatti o forse per ventiquattro. Leggerli neanche pensarci, bisognerebbe prendersi dalle tre alle quattro ore al giorno e forse di più: dovresti rinunciare al pranzo, alla cena, alla pausa caffè o alla domenica in famiglia. Figurarsi rispondere. Neanche per sogno. Così ogni Natale è diventato una nevicata storica di messaggi ipocriti inviati alla cieca. E allora per quanto mi riguarda chiedo una tregua. Quest’anno è andata così, un paio di settimane da spalatore. Ma per il prossimo Natale prego tutti i neoauguranti possibili e potenziali di stralciare la mia mail dall’invio indiscriminato di Babbi Natale postmoderni e di presepi neogotici. A tutti auguro sentitamente e preventivamente un ottimo Natale 2014 e un felice 2015.
Paolo Di Stefano - Corsera
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:44 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





pagina 9 di 341 2 3 4 5 6 7 8 9 10   pagine successive




 Stampa questa pagina
 
 © Comuniconline.it - Web Project Graffiti 2000