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23 Set 2015
Lamentarsi rende stupidi
Recenti ricerche scientifiche fatte anche alla Stanford Universityhanno dimostrato che ascoltare per più di 30 minuti al giornocontenuti intrisi di “negatività” nuoce a livello cerebrale. La lamentela viene processata in quella parte di cervello dedicata alle funzioni cognitive normalmente usata per risolvere i problemi e la sua presenza causa letteralmente una rimozione di neuroni.
Senza prestare attenzione al nutrimento che diamo al nostro cervello i neuroni sono a rischio e il malessere è garantito. Un ulteriore studio di Eurodap sostiene che il 90% degli italiani vive in un costante stato di allarme. I media mettono in primo piano informazioni allarmanti, tragiche e scabrose, fornendo una selezione che può solo incoraggiare gli stati d’ansia e tensione come concimi per la paura, la disillusione e la perdita di speranza. Ma, secondo quanto emerso dalle ultime ricerche, anche l’esporsi a negativitàdurante quella che dovrebbe essere una semplice pausa caffè, può avere lo stesso effetto “nocivo”. Basti pensare ai tipici monologhi tra colleghi:
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“Non se ne può più!”
“Qui non cambia mai niente!”
“Bisogna scappar via subito da questo Paese!”
Per una forma di cortesia o per desiderio di compiacere, ci ritroviamo ad annuire e a subire, e senza nemmeno rendercene conto a rinforzare e incoraggiare lo “stato di lamentela”. Che è molto diverso dal prendere coscienza e condividere la ricerca di soluzioni.
Ecco l’amara verità decretata dalla ricerca: le vibrazioni emesse da chi si “lamenta” in nostra presenza emettono onde magnetiche sui neuroni dell’ippocampo del ricevente (i neuroni risolutori di problemi) spegnendoli. I suoi e i nostri.
I neuroni, i nostri “paladini e soldati dell’intelligenza” vanno in modalità off perché il nostro cervello, che cataloga gli impulsi ricevuti, reputa la lamentela un contenuto di basso livello. E se i neuroni si spengono, non è difficile immaginare quanto questo sia a discapito delle capacità cognitive, intellettive, umorali. Conseguentemente sarà facile perdere colpi in creatività e in capacità di risolvere agilmente i problemi o uscire da situazioni critiche utilizzando inventiva e immaginazione di possibili soluzioni.

Per confermare queste ultime ricerche e anche per avere qualche chiarimento in materia, ho intervistato la Dottoressa Erica Francesca Poli. La dottoressa mi ha raccontato che nutrire il cervello con pensieri negativi equivale a rinforzare le stesse reti neurali che hanno provocato il disagio iniziale, innescando un circolo vizioso da cui poi è difficilissimo uscire. Al contrario è proprio lo sforzo di superare un momento di crisi che crea nuove prospettive e nuove reti neurali.
Neuroplasticità come elisir di giovinezza
Le persone che scelgono consapevolmente di trasformare le cosiddette “crisi in opportunità” sono di fatto i benefattori della neuroplasticità del loro cervello. Veri e propri architetti di reti neurali.
Per sbloccare le situazioni difficili Dottoressa Poli sugerisce di evitare situazioni e persone lamentose per definizione. Oltre al danno cerebrale, più tempo passiamo con una persona negativa, più è probabile che imiteremo il suo comportamento.
E per prevenire quanti penseranno che questo sia il solito post di “positività gratuita”, e che qui non c’è niente di cui essere fiduciosi, e che i fatti sono sotto i nostri occhi… Ecco vorrei dire che: una cosa è avere la capacità di vedere le negatività che abbiamo intorno, e un’altra è vedere le cose negativamente. Abbiamo il nostro cervello, usiamolo per trovare soluzioni alle negatività.
Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.
Giovanni Falcone
Il Fatto Quotidiano
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:04 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



8 Set 2015
Buonisti un cazzo e...viva l'Italia!
Un mese fa, o poco più, l’emergenza migranti è stata gestita dai cittadini milanesi con entusiasmo ed efficienza. La stazione era piena di persone comuni che distribuivano viveri, vestiti, informazioni. Attorno a loro lavoravano alacremente le forze dell’ordine.

Ogni giorno navi della nostra Marina militare salvano vite umane nel Canale di Sicilia. Lo fanno pure ora che la missione Mare Nostrum è diventata Triton, anche sulla spinta di Merkel e C., e teoricamente avrebbe valenza ben poco umanitaria.

Associazioni religiose, laiche, semplici cittadini si incaricano quotidianamente, in una sorta di Resistenza civile, di equilibrare l’Italia orrenda e diffusa che sfrutta i clandestini. Un’Italia trasversale che parte dai campi di pomodori del sud e arriva fino alle Langhe, dove i raccoglitori d’uva sono schiavi ucraini e moldavi.

Siamo un Paese molto migliore di quel che crediamo di essere.

Ma ce ne vergogniamo.

Chiunque dica o anche faccia cose concrete per i più sfortunati viene deriso, tacciato di secondi fini, assimilato ai Buzzi, definito col più rotondo e sgraziato degli aggettivi: buonista.

Beh, buonisti un cazzo.

Buoni, semmai. Non perfetti, non santi, non intangibili. Ma buoni. O, se preferite, migliori. Migliori di chi gorgoglia razzismo più o meno mascherato e cerca sempre un nuovo pusher di palle – giornali, politici, buffoni vari che lucrano sull’intolleranza – con cui giustificare la propria coscienza livorosa.

Gente che magari ciancia di patriottismo, di difesa della bandiera, di identità nazionale. Gente che deve sapere una cosa: proprio quella vergogna ha appena tenuto l’Italia fuori dai libri di Storia.

Perché la Germania avrà certo operato – anche – un calcolo, aprendo ai profughi siriani. Avrà anche spalancato le frontiere perché con un’economia così solida l’impatto può essere retto più facilmente. Avrà anche deciso di ribaltare l’inerzia della propria percezione all’estero dopo essere stata vissuta in giro per il Mondo come la carnefice della Grecia e la punta di diamante della Troika o di chi volete voi.

Fatto sta che ha reagito alla prima vera emergenza nazionale come umilmente mi ero permesso di suggerire al nostro amato Premier “Accogliamoli tutti”.

E che quella solidità, quell’economia intonsa, quell’orgoglio di popolo, vengono da un Paese che non evade 300 miliardi di tasse l’anno, che distribuisce diritti ai propri cittadini perché sa chiedere i doveri, in cui c’è qualcuno che prende una decisione impopolare sul fronte interno, a forte rischio terrorismo, semplicemente perché la considera inevitabile.

Noi no. Noi titilliamo i ladri, soprattutto quelli della porta accanto, e accettiamo che un Paese largamente corrotto sia ineluttabile. Chiediamo loro il voto anche da sinistra, dando de facto dei babbei a chi si comporta decentemente. Nonostante tutto.

Li deridiamo se siamo di destra. Dicendo che non ci sono i soldi. Quelli dell’Iva che ci teniamo in tasca.

Per questo, su quei libri, ci sarà un poliziotto di Monaco e non un marinaio di Lampedusa. Per questo potevamo fare la Storia, e ancora una volta l’avremo subita. Per colpa di una minoranza vincente che applaudirebbe i migranti solo se sfilassero dentro a una cassa di legno.

Viva l’Italia.

Luca Bottura
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:41 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Lug 2015
Il buon manager si vede nel momento della pausa
C’è un brano musicale che dovrebbe avere all’incirca 60 anni, scritto da John Cage, musicista eclettico e per certi versi poco disposto a farsi costringere nei canoni della musica tradizionale, che si chiama 4’33”. Il brano, scritto per qualsiasi strumento, costringe il musicista a non suonare e dunque a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti.

Io lo interpreto come una forma di allontanamento da sé e di richiamo all’attenzione verso l’esterno: rumori, fruscii, risatine, bacchette, calpestii. Un foglio che cade, un colpo di tosse. C’erano anche prima, ma adesso li ascolti.

John Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a se stesso e a ciò che si sta facendo (che nel caso di un direttore d’orchestra si tratta di interrompere l’attività più importante: l’esecuzione di una sinfonia), per prestarla altrove.

Viviamo una tradizione di manager super-impegnati sostenuti da scuse da scolaretto che vanno dal “dottore è in riunione” a “risentiamoci fra 3 mesi, adesso siamo sotto budget” (che una volta di queste vorrei chiederlo: ma se lei che è il direttore del personale ci mette 3 mesi a chiudere un budget, che vita farà mai il direttore amministrativo-finanziario?) sono lo specchio di un management molto concentrato su di se’, su obbiettivi sempre più personali e sempre meno aziendali più o meno chiari, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Sono quelli che continuano a guardare il computer quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante per te, mentre loro fanno “sì sì” con la testa.

E questo fa male all’azienda, come dimostra l’intervento di Stefan Sagmeister, designer e titolare di uno degli studi più creativi di NewYork a un TedX del 2009 (che potete godervi nella magia del sottotitolo) dove si afferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che non è stando asserragliati in ufficio che si diventa più produttivi, ma bensì conoscendo persone e temi nuovi e respirando aria diversa.

Ogni 7 anni Sagmeister chiude lo studio e si dedica ad un anno sabbatico dove viaggia alla ricerca di nuove ispirazioni, di nuove conoscenze, di nuove relazioni da far confluire nel suo lavoro, importando così nuove tendenze, attitudini, esperienze.

Elementare, considerando le tendenze di tante aziende che negli ultimi anni teorizzano l’home office, l’auto-certificazione delle presenze o l’orario flessibile, l’equilibrio fra vita familiare e benessere aziendale.

Complesso, considerando certi imprenditori che devono avere “sotto controllo” i propri dipendenti anche nei casi di figure professionali che potrebbero tranquillamente collaborare da casa una parte del loro tempo aumentando efficacia ed efficienza (è statistico che da casa si tenda a lavorare quasi il doppio rispetto all’ufficio) e diminuendo costi e spazi.

Sebbene tirando un po’ di acqua al proprio (business) mulino, Expedia.it, realizzò due anni fa uno spot pubblicitario molto azzeccato, dove Alex, bruttino, dall’aspetto generoso e con il nodo di cravatta fatto male, ride e socializza con il suo capo raccontando che i Bulgari scuotono la testa per dire sì e la chinano per dire no (“perché lui è appena stato in Bulgaria“), mentre il diligente “povero Christian”, vestito tutto in tiro, con in mano il suo caffè americano (particolare che lo certifica quasi sicuramente quale MilaneseImbruttito), rosica nel vedere la scena. (“Lui che probabilmente ha passato le ferie in ufficio”).

I Christian devono sparire. Gente che risponde alle mail a mezzanotte o perennemente connessi per dimostrare attaccamento all’azienda e efficenza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno (mail e ordini che verranno comunque lette ed eseguiti almeno 9 ore dopo) dove invece è più utile dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, alimentano la curiosità, stabilizzino la vita affettiva e familiare permettendo maggiore serenità sul posto di lavoro.

Non c’è niente di più palloso, inutile e dannoso di un capo o un collega che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e le battute sulle colleghe. Niente è più imbarazzante di un interlocutore senza interessi, senza un libro da scambiare, un film di cui discutere, un Paese da suggerire per il prossimo viaggio.

Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma devi aver qualcosa di cui parlare. Forse è per questo che certi business-men si sono spostati sui campi da golf o nelle palestre.

Stressati dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi. E spesso le due cose non coincidono.

“alla nostra azienda questa attività non interessa” / “splendida idea, per la nostra azienda questi sono valori importanti” mi hanno detto a dicembre due dirigenti della stessa azienda.

Io stacco.

Da quando sono consulente (ormai 5 anni), mi sono dato una regola: 40 giorni d’estate e 15 d’inverno mi fermo. Perché durante l’anno i clienti non possono aspettare e quindi macino 80.000 chilometri in macchina e 20.000 in treno. Perché durante l’anno mi alzo troppo presto e vado a letto troppo tardi. Perché durante l’anno faccio fatica a leggere libri. Perché durante l’anno ho poco tempo per la famiglia, gli amici di una vita, la scrittura, la chitarra, le playlist sull’Ipod, le passioni.

Stacco perché voglio avere qualche argomento in più da condividere durante i miei pranzi (e odio il golf e la palestra), che sia un viaggio, un aneddoto, o anche solo qualche titolo di libro fra le decine che d’inverno compro e che affollano il mio comodino impolverati in attesa dell’estate.

Anche se probabilmente non riuscirò a leggerli tutti, perché come diceva Troisi “loro sono un milione a scrivere e io uno solo a leggere“. Buone ferie.
Osvaldo Danzi
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:43 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



14 Lug 2015
La passione costruisce la rilevanza di un brand
Costruire la rilevanza e l’identità di una marca non può prescindere, a mio avviso, da quattro fondamentali linee guida: l’autenticità, la coerenza, un approccio olistico e quello che io chiamo “rigore flessibile”. Nei miei 17 anni come Global Public Relations Director e Chief Sustainability Officer di illycaffè ho delineato la teoria e la pratica di questo approccio che ho avuto la possibilità di sperimentare e perfezionare con i miei collaboratori. Il caso illy può aiutare a capire come questi quattro valori possano guidare il lavoro del comunicatore verso i risultati desiderati.

Cominciamo con l’autenticità. Illy ha scelto l’arte come piattaforma strategica per la sua comunicazione, sulla base del fatto che il caffè è stata la bevanda della cultura per secoli. Una buona tazza di caffè è stato e rimane il modo ideale per suggellare la creazione di molti movimenti artistici. Si tratta anche di una questione di radici: i molti caffè storici di Trieste hanno da sempre sempre ospitato creativi d’ogni sorta. Così, quando illy chiede ad artisti contemporanei – sia star di fama mondiale come Marina Abramovich, Michelangelo Pistoletto! Jet Koons e Yoko Ono o giovani talenti all’inizio della propria carriera – di dipingere sulla superficie bianca di una tazza di caffè, si crea un legame indissolubile tra la comunicazione e il prodotto stesso. In poche parole, l’autenticità della comunicazione è l’urgenza che nasce dal DNA di una azienda, di un prodotto o di un marchio.

Coerenza significa che una volta che si sceglie un determinato territorio per la propria strategia di comunicazione, si rimane legati ad esso. Se si ha a che fare con una brand globale, è necessario applicare la stessa strategia in ogni paese. Illy viene venduto in 140 paesi e l’approccio di comunicazione guidata dall’arte contemporanea è lo stesso ovunque. Ad esempio, è il caffè ufficiale delle maggiori fiere d’arte contemporanea non solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, Spagna, Regno Unito, Olanda, e così via. Tuttavia, coerenza non significa fare sempre le stesse cose altrimenti si rischia di diventare irrilevanti e noiosi. Ecco perché, quando l’azienda stabilisce relazioni a lungo termine con istituti d’arte, si fa in modo che ogni progetto o evento sia diverso, con sempre un tocco di innovazione e creatività. Ecco perché in occasione della Biennale di Venezia, con la quale illy collabora dal 2003, la presenza della marca non è mai una mera sponsorizzazione. È sempre un vero e proprio progetto che aggiunge contenuti di valore e rilevanti per l’evento in sé. É stato così con l’installazione “Ascension” di Anish Kapoor presso la chiesa di San Giorgio nel 2011 o con la mostra di fotografie dedicate ai Paesi coltivatori di caffè da Sebastiao Salgado alla Fondazione Bevilacqua La Masa nel 2015.

Al fine di ottimizzare gli investimenti e migliorare la propria strategia di comunicazione, poi, è di fondamentale importanza di adottare un approccio olistico. Questo significa lasciare che ciò che si sceglie di comunicare influenzi e plasmi ciò che l’azienda è. Sempre a titolo di esempio, l’arte contemporanea di illy si può trovare non solo le collezioni di tazze, ma anche sul packaging, sugli accessori, sui libri e riviste aziendali, nonché all’interno della catena di bar che l’azienda ha in tutto il mondo. L’apertura ufficiale di un coffee shop Espressamente illy a Parigi si è tenuta non a caso in occasione del vernissage della mostra “Le Paradis sur Terre” di Michelangelo Pistoletto al Louvre nel 2013. Michelangelo ha realizzato una tazza speciale per l’evento che è stata lanciato nel nuovo bar alla presenza dell’artista che ha firmato copie per gli ospiti e per i rappresentanti dei media presenti all’evento.

Inoltre, particolare attenzione deve essere prestata ai dipendenti. Se si vuole avere successo con un approccio di comunicazione è necessario avere a bordo tutta l’organizzazione e non solo chi si occupa di comunicazione e marketing. Quindi bisogna lavorare anche sulla cultura interna al fine di diffondere gli stessi messaggi ovunque. Ad ogni Biennale, illy offre ai propri dipendenti la possibilità di partecipare a visite guidate, mentre molti artisti vengono spesso alla sede di Trieste a incontrare i collaboratori.

Ultimo punto, ma non meno importante, è il rigore flessibile. Per me rigore flessibile significa che, sì, è sempre necessario essere coerenti. Tuttavia, allo stesso tempo, è necessario mantenere sempre la mente, gli occhi e il cuore aperti. E se si capisce che c’è un’opportunità interessante, anche se non è esattamente nel territorio si è scelto, si può decidere di coglierla e di raccontare una storia un po’ diversa ai propri stakeholder, purché ​​coerente con la strategia di comunicazione. Dopo 12 anni di arte contemporanea in illy abbiamo deciso di diventare partner dell’evento letterario più importante d’Italia, Festivaletteratura, che raccoglie a Mantova 50.000 visitatori ogni anno. Di fatto la letteratura è un’altra forma di cultura molto vicina a caffè.

Vorrei concludere con aggiungendo un quinto punto, che in realtà è, a mio avviso, il più importante: la passione. Si ha davvero bisogno di essere guidati dalla passione – direi dal’ ossessione – quando si vuole costruire la rilevanza e l’identità di una marca attraverso una strategia ed un approccio di comunicazione. È solo grazie alla passione, infatti che si può essere sicuri di percorrere le altre quattro tappe con successo.
Anna Adriani
 
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27 Giu 2015
«Realizzare l'avvenire è come viaggiare
La comunicazione è inscindibile dalla vita, è l’elemento cardine di essa. Persiste dove vi è esistenza e non cessa di farlo, nemmeno a causa del silenzio: anche tacere diventa un relazionarsi. "Negli anni Settanta era impossibile vendere la comunicazione’’ afferma Claudio Maffei, oggi uno degli esperti più noti nel campo delle relazioni interpersonali, nonché scrittore. Ha infatti avuto luogo ieri, presso la sede Confindustria Ravenna, la conferenza sul suo ultimo testo: ‘’il futuro non si prevede, lo si inventa’’, un’opera che vuole incoraggiare la concretizzazione dei sogni di un domani. Egli paragona la realizzazione di ciò che verrà ad un viaggio sulla maestosa Route 66. Vede l’avvenire costituito da ogni singola parola-chiave scritta nelle pagine del libro, che ne incatena esattamente 66. Ad ognuna di esse è dedicato un capitolo di riflessione e quasi giocando, l’autore presenta qualche dettaglio estrapolato da quello che viene scelto sul momento. Maffei parla a coloro che si vogliono realizzare e ai giovani, dando loro in modo molto spontaneo e profondo indicazioni per farlo. Affronta il tema dell’ascolto, lo trascina all’interno dell’azienda: capita che un subalterno chieda ad un suo superiore di poter parlare: probabilmente il secondo gli risponderà che non ha tempo. Non solo nel mondo del lavoro, ma in qualsiasi tipo di relazione molte volte ci imponiamo con la parola sugli altri, impedendo così alla loro di giungere a noi.‘’ Il nostro futuro sarà tanto più ricco quanto più sapremo esercitarci nell’arte dell’ascolto’’, scrive nel secondo capitolo. Discute poi di ‘’realtà’’ e ‘’rappresentazione della realtà’’. Dice che la colpa del non capirsi non sta nell’orecchio di chi intende, ma si nasconde tra le parole di chi parla: ‘ la mappa non è il territorio’. Con ciò si vuole precisare che un’ opinione non può pretendere di essere verità. "Chiudi gli occhi, pensa ad un luogo della tua città. È reale? No. È come lo vedi tu. È una rappresentazione della realtà, ma non la realtà in sé.’’ Dice ad un ragazzo presente in sala. Per questo, spesso non troviamo un punto d’incontro quando parliamo con qualcuno: vogliamo che gli altri abbiano una nostra stessa ottica delle cose, ma ciò non è possibile. Indispensabile è poi il sogno, quell’immaginare la vita che si vuole. Nel libro vengono citati gli ‘"ammazza-sogni’’, quelle persone così pessimiste e scettiche che diranno per invidia o troppo amore che non ce la si può fare. No, mai permettere a chicchessia di affievolire una nostra fantasiosa certezza. In PNL si dice: ‘’se c’è qualcuno che può fare questa cosa, allora la puoi fare anche tu’’ afferma Claudio. Paura e insicurezza diventano intimidazioni, sfide da vincere, forse le originarie curve pericolose di quella che veniva soprannominata ‘’Bloody 66’’ prima che la sicurezza venisse maggiormente garantita. Pochi ragazzi erano presenti in sala, ma Maffei parla anche a loro attraverso il libro o di persona nelle scuole. Lo caratterizza l’estrema profondità con cui tratta gli argomenti, approcciandosi ad essi con stupefacente sensibilità, emozionando e lasciando stupito chi lo sa ascoltare. "La nostra guida interiore si manifesta attraverso sogni o fantasie ad occhi aperti, quelle che teniamo segrete’’. Questa è la penultima frase del capitolo numero 57: "Sogno’’.
di Veronica Saglimbeni per Ravenna e dintorni.
 
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15 Giu 2015
L'esperimento delle banane
ESPERIMENTO, PRIMA PARTE.

Nel 1967 il Dott. Stephenson ha condotto un esperimento in cui erano coinvolte 10 scimmie, una gabbia, una banana, una scala e uno spruzzatore di acqua gelata.Stephenson rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia mette una scala e sulla scala un casco di banane.

Le scimmie si accorgono immediatamente delle banane e una di loro si arrampica sulla scala. Appena lo fa, però, lo sperimentatore la spruzza con dell’acqua gelida.Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate, al freddo e disorientate. Presto però la tentazione delle banane è troppo forte e un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore spruzza l’ambiziosa scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata. Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane le altre scimmie, volendo evitare di essere spruzzate, la tirano via dalla scala malmenandola. Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

La seconda parte dell’ esperimento prevede l’introduzione di una nuova scimmianella gabbia. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle. Ma le altre scimmie, conoscendo l’esito, la obbligano a scendere e la picchiano. Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a mangiare la banana senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non potesse farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, è stata sostituita con una nuova. Il nuovo gruppo era composto da 3 delle scimmie iniziali (che sapevano perché non tentare di prendere la banana), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

Qui la storia si fa interessante. La scimmia nuova, come previsto, tenta di raggiungere la banana. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di raggiungere il frutto senza che il ricercatore dovesse spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata spruzzata ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata afferrasse la banana.

LA CONCLUSIONE DELL’ ESPERIMENTO

La procedura della sostituzione delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state spruzzate con l’acqua.
L’ultima arrivata tenta naturalmente di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono: nessuna di esse però conosce il motivo del divieto!

Stephenson descrive l’atteggiamento inquisitore dell’ultima scimmia arrivata, come se cercasse di capire il perché del divieto di mangiare quella banana così invitante. Nel suo racconto le altre scimmie si sono guardate tra loro, quasi a cercare questa risposta. Il problema è che nessuna delle scimmie presenti la conosceva, perché nessuna era stata punita dallo sperimentatore per averci provato, era stato il gruppo a opporsi.
Una nuova regola era stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni erano scomparse con la scomparsa del gruppo che l’aveva appresa.

Se fosse stato possibile chiedere alle scimmie perché picchiavano le compagne che provavano a salire sulla scala, la risposta sarebbe stata più o meno questa: ” Non lo so, è così che si fa da queste parti!” Suona familiare?

Non smettere di indagare, di chiedere, di trovare nuovi paradigmi. Spesso il nostro modo di agire è solo il frutto di azioni che ripetiamo perché l’abbiamo visto fare da altri, senza sapere bene il perché. Cambiate le vostre abitudini. Non abbiate paura. Sfuggite al più grande esperimento sociale mai visto nella storia, quello di consumare quello che altri (gli sperimentatori) vogliono che consumiamo, quello di evitare che ci poniamo domande, che troviamo nuove soluzioni per vecchi problemi.

Bibliografia

Stephenson, G. R. (1967). Cultural acquisition of a specific learned response among rhesus monkeys. In: Starek, D., Schneider, R., and Kuhn, H. J. (eds.), Progress in Primatology, Stuttgart: Fischer, pp. 279-288.

Di Lucia Berdini
 
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postato da  Claudio Maffei alle  17:50 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



27 Mag 2015
Il futuro non si prevede, lo si inventa



Nel maggio del 2014 ero in vacanza negli Stati Uniti e stavo viaggiando sulla Route 66, la “Mother Road” che attraversa gli Stati Uniti, unendo Chicago a Los Angeles, attraversando tre fusi orari e otto stati: Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico, Arizona e California.

Come tante altre strade di questo genere, denominate Route, fu istituita negli anni venti del secolo scorso, nell'intento di creare una rete stradale che fosse adatta a soddisfare il sempre crescente traffico automobilistico che derivava dallo sviluppo dell’economia, soprattutto nell’Ovest. Negli anni settanta venne sostituita dalla Interstate, una rete di strade a quattro o anche più’ corsie, in grado di rispondere alle nuove esigenze che si erano venute a creare.

Il mito della Route 66 però rimase sempre inalterato, perché la Route 66 non è una strada, è un museo a cielo aperto, è qualcosa di ineffabile, di indefinibile, piena com'è di ricordi, di simboli, di storia e di vita.

Per questo motivo la Route 66 e’ rinata, diventando un parco nazionale, caso unico al mondo per una strada, vincolata dal Ministero Federale dei Beni Culturali come un pezzo significativo della storia d’ America.

Rappresenta la corsa verso ovest, la ricerca dell'Eldorado, la voglia di libertà.

Steinbeck vi ambientò il suo capolavoro, “Furore”, dandole il nome di Mother Road, la Strada Madre di tutti gli americani, e Kerouac vi ambientò le sue opere migliori.

Rappresenta la voglia di cambiamento, di fuga dal presente verso un futuro migliore. Occorre ricordare che, per molti americani, il sogno divenne realtà. Uno di questi fortunati individui, Bobby Troup, durante il trasferimento con la famiglia, scrisse una canzone “Get your Kicks on Route 66″ che vendette a Nat King Cole, appena arrivato a Los Angeles. Il motivo ebbe un successo strepitoso e Bobby divenne ricco e famoso immediatamente.

Get your Kicks on Route 66 , goditi il viaggio, divertiti alla grande sulla strada della tua vita.

Questo è stato il primo spunto per una riflessione sull'inquietudine, quel sentimento che, se ben incanalato verso un obiettivo preciso, spinge a creare, a costruire, a inventare. E, ciò che più conta, non è così importante tagliare il traguardo, quanto apprezzare ogni momento, ogni passo del percorso che ha portato fino a quel punto.

Mentre percorrevo la Route 66, tornavo con la mente alla mia gioventù, a quando ascoltavo i dischi di Bob Dylan, di Jimi Hendrix, di Jim Morrison. Risentivo dentro di me la stessa ammirazione per i miei miti e, insieme, lo stesso slancio di allora, la stessa pulsione verso qualcosa di nuovo, di migliore, in cui potessi finalmente ritrovarmi.

La mia generazione sognava di cambiare il mondo e lo sognava intensamente. Qualcuno ha detto che non si è cambiato nulla, ma questo non ha importanza e, in ogni caso, non è vero. Ci siamo divertiti a sognare e questo già sarebbe bastato. Ma la cosa che più conta è che il mondo è davvero cambiato, e il cambiamento è stato velocissimo, addirittura travolgente, anche se non sempre è andato nella direzione che avevamo immaginato. Si cambia perché qualcuno lo vuole, qualcuno lo immagina, è capace cioè di sognare, di desiderare intensamente qualcosa ed è disposto ad agire per realizzare il proprio sogno. E' vero che non tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Del resto, nemmeno Colombo arrivò mai alle Indie, si fermò prima e diede inizio a una nuova era.

E' questo lo spirito con cui mi sono messo a collezionare sessantasei spunti di riflessione. Il perché di questo numero è lo stesso che diede origine alla grande strada che attraversa gli Stati Uniti. La Mother Road fu pensata, voluta e creata, nella meta’ degli anni 20, da un certo Cyrus Stevens Avery, un ricco uomo d’ affari di Tulsa, Oklahoma.

La commissione federale per la viabilità’ aveva stabilito che le strade da Est a Ovest avessero numeri pari e quelle da Nord a Sud numeri dispari, mentre le decine erano assegnate alle vie più’ importanti. Stevens pretese che la sua strada si chiamasse Route 60, ma incontrò una fortissima opposizione da un altro comitato, che proponeva lo stesso numero per una strada proveniente da Atlanta in Georgia, anch’essa diretta verso Ovest, che attraversava l'intero continente.

Allora Stevens ripiegò sul numero 66 (sixty six), semplicemente perché’ aveva un bel suono. Aveva un suono così bello da portare fortuna alla strada e a tutto ciò che la Route significa.

Ecco spiegata la ragione di questa scelta.

Get your kicks on Route 66. Get your kicks, allora, sulla strada della tua vita.

Ho voluto divertirmi a immaginare il futuro, a crearlo a costruirlo pezzo per pezzo, scegliendo con cura i materiali, il necessario e l'accessorio.

Ho deciso che il futuro non è qualcosa da prevedere, non lo si legge negli oroscopi o nei tarocchi. Il futuro è qualcosa da costruire giorno per giorno, pezzo per pezzo, godendosi il viaggio come sulla Route 66, quella stessa Mother Road che gli americani, con il medesimo animo dei pionieri, percorrevano con entusiasmo, con fiducia, con spirito di avventura, alla ricerca della propria realizzazione, all'inseguimento di un sogno per se stessi e per le generazioni a venire. Una strada, insomma, che porti al futuro, e che ci permetta di arrivare alla meta in piena forma, felici di aver compiuto quel lungo viaggio.
 
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10 Mag 2015
Il suono di una sola mano
Il maestro del tempio Kennin era Mokurai, Tuono Silenzioso. Aveva un piccolo protetto, un certo Toyo, un ragazzo appena dodicenne. Toyo vedeva che i discepoli più grandi andavano ogni mattina e ogni sera nella stanza del maestro per essere istruiti nel Sanzen o per avere privatamente qualche consiglio, e che il maestro dava loro dei koan per fermare le divagazioni della mente.

Anche Toyo voleva fare il Sanzen.

«Aspetta un poco» disse Mokurai. «Sei troppo giovane».

Ma il piccolo insisteva, e l'insegnante finì con l'acconsentire.

Quella sera, all'ora giusta, il piccolo Toyo si presentò alla porta della stanza Sanzen di Mokurai. Batté il gong per annunciarsi, fece tre rispettosi inchini prima di entrare, poi andò a sedersi in riguardoso silenzio davanti al maestro.

«Tu puoi sentire il suono di due mani quando battono l'una contro l'altra» disse Mokurai. «Ora mostrami il suono di una sola mano».

Toyo fece un inchino e se ne andò nella sua stanza per riflettere su questo problema.

Dalla sua finestra poteva sentire la musica delle geishe.

«Ah, ho capito!» proruppe.

La sera dopo, quando il suo insegnante gli chiese di illustrargli il suono di una sola mano, Toyo cominciò a suonare la musica delle geishe.

«No, no» disse Mokurai. «Questo non serve. Questo non è il suono di una sola mano. Non hai capito niente».

Temendo che quella musica potesse disturbarlo, Toyo si trasferì in un luogo tranquillo.

Riprese a meditare. «Quale può essere il suono di una sola mano?». Per caso sentì gocciolare dell'acqua. «Stavolta ci sono» si figurò Toyo.

Quando tornò davanti al suo insegnante, Toyo imitò il gocciolare dell'acqua.

«Che cos'è?» disse Mokurai. «Questo è il suono dell'acqua che gocciola, non il suono di una sola mano. Prova ancora».

Invano Toyo meditava per sentire il suono di una sola mano. Sentì il respiro del vento.

Ma quel suono venne respinto.

Sentì il grido di un gufo. Anche questo venne rifiutato.

Nemmeno le locuste erano il suono di una sola mano.

Più di dieci volte Toyo andò da Mokurai con suoni diversi. Erano tutti sbagliati. Per quasi un anno si domandò quale potesse essere il suono di una sola mano.

Finalmente il piccolo Toyo entrò nella vera meditazione e superò tutti i suoni. «Non potevo mettere insieme nient'altro,» spiegò più tardi «così ho raggiunto il suono senza suono».

Toyo aveva realizzato il suono di una sola mano.

Da 101 storie zen
 
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1 Mag 2015
Il topo, la trappola e il menefreghismo...
Un topo, guardando da un buco che c’era nella parete, vide un contadino e sua moglie che stavano aprendo un pacchetto.
Pensò a cosa potesse contenere e restò terrorizzato quando vide che dentro il pacchetto c’era una trappola per topi. Corse subito nel cortile della fattoria per avvisare tutti:
“C’è una trappola per topi in casa, c’è una trappola per topi in casa!”
La gallina che stava raspando in cerca di cibo, alzò la testa e disse: “Scusi, signor topo, io capisco che è un grande problema per voi topi, ma a me che sono una gallina non dovrebbe succedere niente, quindi le chiedo di non importunarmi.”
Il topo, tutto preoccupato, andò dalla pecora e le gridò:
“C’è una trappola per topi in casa, una trappola !!! ”
“Senta, signor topo, – rispose la pecora – non c’è niente che io possa fare, mi resta solamente da pregare per lei. Stia tranquillo, la ricorderò nelle mie preghiere.”
Il topo, allora, andò dalla mucca, e questa gli disse: “Per caso, sono in pericolo? Penso proprio di no!”
Allora il topo, preoccupato ed abbattuto, ritornò in casa pensando al modo di difendersi da quella trappola.
Quella notte si sentì un grande fracasso, come quello di una trappola che scatta e afferra la sua vittima.
La moglie del contadino corse per vedere cosa fosse successo, e nell’oscurità vide che la trappola aveva afferrato per la coda un grosso serpente.
Il serpente velenoso, molto velocemente, morse la donna.
Subito il contadino, la trasportò all’ospedale per le prime cure: siccome la donna aveva la febbre molto alta le consigliarono una buona zuppa di brodo.
Il marito allora afferrò un coltello e andò a prendere l’ingrediente principale: la gallina.
Ma la malattia durò parecchi giorni e molti parenti andavano a far visita alla donna.
Il contadino, per dar loro da mangiare, fu costretto ad uccidere la pecora.
La donna non migliorò e rimase in ospedale più tempo del previsto, costringendo il marito a vendere la mucca al macellaio per poter far fronte a tutte le spese della malattia della moglie…
MORALE:
Il problema dell’altro, è anche il tuo. Pensaci!
Il mondo non va male solo per la malvagità dei cattivi, ma anche per l’indifferenza dei buoni!
 
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20 Apr 2015
Come ascoltare veramente in 6 passi
Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano è ascoltare ed essere ascoltati. Molti casi di depressione nascono infatti quando non ci si sente capiti, un po’ per mancanza di tempo, pazienza o capacità di ascoltare.
Quando qualcuno ci ascolta, ci sentiamo accolti e accettati, siamo investiti di fiducia da parte dell’altra persona. Ascoltare con empatia è un’azione molto potente che può fare veramente una grande differenza. E questo è ancora più evidente quando si ha a che fare con persone particolarmente vulnerabili, pensiamo ad esempio a qualcuno che si accinge a fare una visita o un esame medico.

Per comunicare con efficacia è necessario ascoltare. Ascoltare attivamente è il primo passo verso la guarigione. Questi 6 consigli sono pensati in particolare per chi si prende cura delle altre persone, ma sono validi per chiunque voglia migliorare la propria capacità di ascolto e stabilire un contatto più profondo e autentico con gli altri.

1. Se siete in ritardo, avvisate
Aspettare un medico è una delle cose più snervanti e stressanti per un paziente. E se una persona è soggetta all’ansia, questo non la aiuterà di certo a iniziare la visita in modo rilassato.
Se siete in ritardo, fate in modo di avvisare chi vi sta aspettando. È una forma di rispetto e attenzione e significa prendersi cura dell’altra persona ancora prima di vederla.

2. Sorridi
Entrare nella stanza con un sorriso e cercare il contatto diretto con gli occhi dà un senso di fiducia e sicurezza. Che senso ha aggiungere tensione nell’aria con una faccia cupa e preoccupata?

3. Lascia parlare l’altro
Prima di dire qualcosa relativa al problema oggetto della visita o del colloquio, dì alla persona che hai davanti che sei lì per aiutarla. Lascia che sia lei a dirti ciò che succede. Ascolta fino a quando credi sia necessario e quando il tuo interlocutore ha finito di parlare chiedigli: “Ha altro da aggiungere?”.
Non interromperlo prima del tempo per non arrestare bruscamente il suo flusso di pensieri e del discorso.

4. Riformula
Una delle tecniche comunicative più usate è quella della riformulazione. Riformulare significa ripetere quello che l’altro ha appena detto utilizzando le stesse parole, senza giudicare né aggiungere qualcosa di proprio al contenuto. Dire “Lei mi sta dicendo che…”, “Se ho capito bene, ….”, “In altre parole…” dà la conferma all’altra persona di essere ascoltata e compresa e consente di ottenere ancora più apertura e collaborazione dalla stessa.

5. Presta attenzione alle parole
Ogni parola ha il potere di guarire o ferire. Una persona vulnerabile e spaventata è come un bambino nel corpo di un adulto. Evita di usare parole tecniche e complicate, quando non necessarie. Ogni singola parola può avere un impatto molto forte sulla psiche dell’altra persona, anche per tanto tempo. Come scrivo in Tutta un’Altra Vita, attraverso un uso proprio del linguaggio infatti possiamo promuovere nuove neuroconnessioni che danno vita a percezioni, stati d’animo ed azioni nuove: questa è la magia delle parole.
Si dice che nell’antica Cina esistessero due ordini di medici: il primo era formato da coloro che curavano con le erbe, al secondo, molto più potente ed elitario, appartenevano coloro che curavano con la parola. Man mano che modifichiamo il linguaggio, se anche non cambiano i fatti della nostra vita, cambia decisamente la maniera in cui li percepiamo.

6. Fai le domande giuste
Se vuoi ispirare un cambiamento positivo, metti il paziente in grado di scegliere l’azione successiva.
Porre le domande giuste, a seconda della fase del colloquio, stimola l’azione positiva dell’interlocutore.
Le domande aperte, soprattutto all’inizio, lasciano ampia possibilità di risposta e permettono di ampliare e costruire la relazione di fiducia con l’interlocutore.
Le domande chiuse (Quando? Dove? Chi?) prevedono molto spesso una sola risposta limitata e sono da preferirsi quando vogliamo attenerci a fatti oggettivi.
Lucia Giovannini
 
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