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23 Mag 2018
Zygmunt Bauman, il segreto della felicità
Secondo Bauman, la felicità non consiste in una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà…

Ogni persona che abbia mai messo piede sulla terra nel corso della vita è stata ossessionata da un obiettivo preciso: essere felice. Le strade che ognuno di noi sceglie di prendere sono infinite ma, secondo i nostri piani, puntano tutte verso la medesima direzione. Il problema è che, una volta percorse, molte strade si sono rivelate sbagliate. Al riguardo si è interrogato molto Zygmunt Bauman.

La vera felicità
Gran parte degli intellettuali ha considerato temi quali la felicità troppo disimpegnati per essere trattati. Bauman, al contrario, non ha avuto paura di parlare di quella che è, come dicevamo all’inizio, l’aspirazione che accomuna l’intera umanità. Spiegando cos’è la felicità nel documentario “La Teoria svedese dell’amore” andato in onda su Rai 3, il teorico della società fluida ha detto che “non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà. Bisogna affrontare le sfide, fare del proprio meglio. Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal fato, ci si sente persi se aumentano le comodità”. Tanto più siamo in grado di combattere, lottare, di fare scelte significative, tanto più si accorcerà la distanza che ci separa dalla felicità. Una lotta che, tuttavia, non va affrontata in modo solitario.

La trappola dell’indipendenza
Negli ultimi decenni le persone hanno infatti imparato sempre più a essere indipendenti, a non dipendere dagli altri, facendo di tutto per star bene da soli, per star bene con sé stessi. Ma, secondo Bauman, questa è la direzione sbagliata. Le persone che sanno essere indipendenti stanno perdendo piano piano la capacità di convivere con gli altri, perché hanno perso l’abilità a socializzare. “Più sei indipendente – dice Bauman ne ‘La Teoria svedese dell’amore’ – meno sei in grado di controllare la tua indipendenza e rimpiazzarla con una piacevole interdipendenza”. D’altra parte è comprensibile: relazionarsi con le persone è terribilmente complicato, per farlo bisogna essere in grado di accettare compromessi, di andare incontro alle esigenze altrui, di avere pazienza. E’ complicato, certo, ma è dalle relazioni che nasce la felicità, non dall’indipendenza. Secondo Bauman, “alla fine l’indipendenza porta a una vita vuota, priva di senso, e a una completa assoluta inimmaginabile noia”.
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postato da  Claudio Maffei alle  23:07 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Apr 2018
Marina Salamon: solo le aziende in cui “la gente sta bene“ potranno vivere
Non amo teorizzare, per cui proverò a raccontare la mia “ idea d’ impresa “ attraverso alcune storie concrete.

Ieri, mentre lavoravo in una nostra azienda, ho incontrato in un corridoio una studentessa di 18 anni, stagista per pochi giorni da noi, che sperimentava i nuovi programmi ministeriali di “alternanza scuola-lavoro”, che richiedono agli studenti degli ultimi anni di liceo un’ esperienza aziendale di 40 ore. Ho avuto il desiderio di parlarle, di capire il suo sogno futuro, e come percepiva il suo rapporto con il lavoro. Era intelligente, tenera e un po’ spaventata rispetto alle sue prossime scelte universitarie: cinese, arrivata in Italia a 4 anni, mi interrogava su quali sarebbero state le professioni di domani. Grazie a lei, mi sono ricordata di quando, a 23 anni, mentre ero ancora una studentessa anch’io, avevo fondato l’impresa in cui ora lei sta. Sognavo, allora come oggi, un mondo ideale in cui le aziende fossero un luogo di costruzione di progetti, di condivisione, di incontri umani, di crescita umana e professionale delle persone, di realizzazione individuale e comunitaria.
Mentre scrivo, 35 anni dopo quell’inizio, so bene che ciò non è stato sempre vero, e oggi lo è raramente. Nella mia storia di imprenditrice, in questi anni, anch’io non ho potuto o saputo mantenere sempre vivo questo sogno. Per molti anni, mi ero illusa che quasi tutti gli imprenditori e i manager desiderassero, davvero, costruire ambienti positivi per i loro stakeholders, a partire dai collaboratori (non ho mai amato e non uso il termine “ dipendenti”). Oggi, percepisco intorno a noi timore e scetticismo crescente, anche su questi temi. Eppure, a costo di sembrare un’adolescente lontana dalla realtà, credo che solo le aziende in cui “la gente sta bene“ potranno vivere a lungo, perché solo esse sapranno sperimentare autentica innovazione di prodotto e di processo, coinvolgendo tutti coloro che in esse operano. Non basta: avranno futuro solo le aziende che sapranno costruire valore nel tempo, e non solo risultati economici di breve periodo, a favore di coloro che le guidano. Questo è il primo passaggio fondamentale dell’etica applicata alle imprese: l’etica al centro, e non certo per ssere buoni, ma perché è più intelligente, oltre che giusto, farlo.
Un altro punto fondamentale del mio sogno di impresa positiva è la coerenza morale dei capi, manager e/o azionisti. Anche qui, trovo che l’arroganza, la mancanza di sobrietà (show-off), l’incapacità di ascoltare e/o comunicare con i collaboratori, siano imperdonabili. Ancora peggio, segnalano la fragilità umana e l’insicurezza di chi guida senza esserne degno. In qualche modo, penso che ogni leader, in azienda, porti con sé una responsabilità educativa, simile a quella di un genitore o di un fratello maggiore. Per me, che sono stata a lungo scout, un capo azienda che non identifica il potere con il servizio, non ha capito molto del suo ruolo.
Nel tempo, attribuisco un’importanza sempre maggiore alla capacità di “ fare squadra “ intorno a sé, e alla grande differenza fra l’autorevolezza e l’esercizio del potere. Le aziende sono diventate, negli ultimi anni, il più importante luogo di socialità delle nostre vite. Hanno, in pratica, sostituito molti altri luoghi di vita condivisa. In parallelo, le famiglie sono diventate sempre più piccole. Quindi, anche se imperfette e non destinate a ciò, in origine, le aziende sono diventate, di fatto, piccole o grandi comunità.
E questo pensiero mi porta ad Adriano Olivetti, che ho studiato e ammirato tanto, fin dai miei primi anni di giovane imprenditrice. Nei suoi scritti, le Comunità urbane avrebbero dovuto “possedere” almeno una fabbrica di medie dimensioni. Queste fabbriche (o aziende in senso lato, come potremmo definirle nell’era digitale…) non avrebbero dovuto essere né private né pubbliche, ma socializzate, cioè di proprietà mista. I consigli d’amministrazione sarebbero stati composti da manager, rappresentanti dei lavoratori, della Comunità e degli istituti culturali. Le aziende non avrebbero rischiato di indebolirsi per questo, perché manager scelti con rigore e meritocrazia avrebbero avuto la responsabilità degli investimenti produttivi, mentre i profitti eccedenti sarebbero stati reimpiegati per il bene della Comunità. Fabbriche e uffici sarebbero stati “aperti alla luce e rallegrati da fiori ed alberi”. Le scoperte della scienza avrebbero reso il lavoro né troppo lungo, né faticoso. Coloro che facevano parte di un’ azienda avrebbero avuto chiaro il senso ed il valore del proprio lavoro, poiché partecipavano realmente ad essa ed eleggevano propri rappresentanti nel governo dell’ impresa stessa e della Comunità.
Non credo che il pensiero di Adriano Olivetti sia superato. Gli imprenditori che scelgono di trasferire gran parte del proprio patrimonio ad una fondazione non profit ( Gates, Buffett, Zuckerberg ) attuano il desiderio di dar vita, anche se in modi diversi, un’impresa di responsabilità sociale. “Yes, we can“ era il primo, magnifico slogan di Barack Obama…
 
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postato da  Claudio Maffei alle  22:24 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Mar 2018
La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro
I dieci punti fondamentali



1.Fai lo sforzo di ricordare il nome di chi ti sta davanti e pronuncialo spesso.

Ricordati che per una persona il suo nome è il suono più importante in qualunque lingua.

2.Arriva puntuale agli appuntamenti. Avere la fama di chi arriva sempre in ritardo, è come avere la fama di uno su cui non si può contare.

3.Le presentazioni vanno fatte sempre, anche se ci si ferma solo un attimo a parlare. Devono essere rapide e precise. Nome e cognome. Non esagerare con i fronzoli, titoli, non dire “il migliore…” “il più bravo…”. E’ fondamentale ricordare perfettamente il nome di chi si presenta altrimenti evita di essere tu a doverlo fare. Mai dire non mi ricordo il suo nome… Se vuoi proprio superarti, come ai vecchi tempi, si presenta l’uomo alla donna, il più giovane al più anziano, se si è seduti l’uomo si alza sempre, mentre la donna quasi mai. E sarebbe bene non dire “piacere”. Togliti gli occhiali da sole se le presentazioni avvengono all’esterno.

4.La stretta di mano deve essere calorosa, non da frattura scomposta ma nemmeno da mozzarella…e la mano possibilmente non sudaticcia.

Stai ad ascoltare sinceramente ed attentamente il tuo interlocutore senza distrarti.

5.Durante le riunioni ricordati che 3 persone su 4 ritengono maleducato controllare sms e mail e l’87% pensa che sia scortese rispondere a una telefonata (studio condotto dalla Marshall School of Business della University of Southern California). Infatti dare la precedenza agli stimoli provenienti dall’esterno è percepita come mancanza di rispetto per ciò che avviene all’interno della sala riunioni, mancanza di concentrazione e mancanza di ascolto.

6.Non controllare compulsivamente mail-sms-chiamate, questa nevrosi non ti farà sembrare più importante, ma solo più scortese.

7.Anche durante i business lunch, l’uso dello smartphone non è molto gradito. In questo caso il 50% degli uomini ritiene accettabile rispondere a una chiamata durante un pranzo di lavoro, contro il 26% delle donne. I professionisti più giovani sono 3 volte più tolleranti di quelli più anziani. Consiglio: prima di infastidire con il tuo comportamento chi ti sta davanti, rifletti. Le buone maniere sconsigliano anche di poggiare sul tavolo smartphone, chiavi, occhiali e borse.

8.La pausa pranzo.

La Career Builder elenca quattro categorie di “Mangiatori in ufficio”: il Puzzolente, il Rumoroso, lo Sporcaccione e il Rompiscatole. Fai in modo di essere nella quinta “Quello che mangia fuori”

9.Ricordati che Grazie, Scusa e Per favore sono parole con effetti miracolosi, soprattutto se accompagnate da un sorriso.

10.Look. Fortunatamente non c’è più l’obbligo di quei rigidi tailleur da donna e completi rigorosi da uomo. E’ ammesso ormai in ogni ambiente un look informale purché curato. Alcune cose restano comunque da evitare assolutamente. Per gli uomini mai: i calzini corti, i calzini bianchi e le camicie a maniche corte. Per le donne tutto ciò che è troppo: troppo stretto, troppo corto, troppo scollato, troppo trucco, troppi accessori. Insomma il buon gusto non passa mai di moda. Magari con l’aggiunta di un guizzo eccentrico di piacevole distinzione!

Non dimenticare che Oscar Wilde ha detto:

“Con un abito da sera e una cravatta bianca, chiunque, anche un agente di cambio, può far credere di essere una persona civile.”

e Coco Chanel:

“Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se impeccabile si nota la donna.”
 
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postato da  Claudio Maffei alle  15:16 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Feb 2018
Il vento freddo della creatività
Ho letto un paio di articoli dove ci si chiede se gli smartphone possono spegnere la creatività delle persone. Soprattutto quando se ne fa un uso eccessivo. In realtà si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, persino una dote innata. Quasi un diritto. E questa ossessione per la creatività ha generato come un vento freddo che poggia sulle terre calde del web. Nessuno può più sfuggire all’obbligo creativo, al dovere di raccontare. E chi non ha una storia, un qualcosa da dire, un qualcosa che piaccia è meglio che se la trovi al più presto. Perché la povertà creativa è diventato un disvalore, un segno intollerabile del vivere contemporaneo, del comunicare sul web e sui social.

Dovremo fare i conti con la dittatura della creatività. Schiavi di un nuovo glamour, diventiamo tutti potenziali narratori cinematografici, autori di romanzi e poesie, compositori di musica, cesellatori di buone storie, in grado di raccontare, di vedere sempre un plot dove spesso non esiste, di saper trovare gli intrecci e le grandezze ovunque si nascondano.

La dittatura della creatività è un problema molto serio. Non esistono più esistenze che non ambiscano a qualcosa che le evolva, le riscatti dalla quotidianità. Non esistono più luoghi normali, come tanti, paesaggi simili tra loro, nonni, nonne e zii all’incirca uguali per tutti. Non ci sono più lettere di famiglia che sono soltanto lettere, e che si conservano per affetto senza neppure andarle a rileggere. Ormai non ci sono racconti privati, storie tramandate, persino piccole leggende, che non diventino cose per gli altri, che non siano esportabili nel senso tecnologico del termine: ovvero cambiandogli il formato in modo che siano leggibili in un altrove indistinto. Persino i filmini della recita dei figli, abilmente manipolati, possono diventare ritratto, affresco, vicenda privata che ha qualcosa di collettivo, microstoria rivelatrice.

È come un vento che sta mettendo una generazione di fronte alla frustrazione di non essere abbastanza narrativa, di non essere del tutto creativa. Le storie corrono per il mondo e bisogna afferrarle, capirle, ripensarle: quelle di ogni giorno come quelle antiche, che possono diventare un libro, un racconto lungo, un documentario.

La dimensione privata del ricordo è diventata un affare emotivo, narcisistico, affettivo, esibizionista. Ogni gesto della propria vita, ogni pensiero, ogni fotografia, ogni video è vissuto non per essere condiviso, ma per diventare un mosaico narrativo, uno storytelling di esistenze semplici, normali, che non sono più capaci di restare in quella normalità, in quel privato che è sempre stato di tutti. Si sono rovesciati i propri cassetti dentro il web, per mostrarsi nudi, indifesi, fragili di fronte ad altri nudi, indifesi e fragili. E non si riesce più a ritrovare una dimensione privata dell’esistenza.

Non tutto serve a diventare storia, non tutto si può mostrare come fosse un patrimonio collettivo. Non c’è bisogno di costellare il proprio tempo quotidiano di note continue che aggiungono, mostrano, spiegano, narrano. E questa dittatura della creatività è diventata una disperazione, una sorta di antifrasi concettuale: diamo un significato opposto a tutto quello che è di fronte a noi, come un tic nervoso. Obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase. Abbiamo trasformato l’arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell’ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. Abbiamo legato la creatività al successo dei like, che finiscono per modificare, in corsa, la qualità delle opere, delle storie, attraverso un sondaggio continuo, un costante aggiustamento – spesso verso il basso – delle proprie intenzioni e volontà.

La creatività obbligatoria è come un vento freddo, sottile e tagliente, ghiaccia il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.

Roberto Cotroneo
 
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postato da  Claudio Maffei alle  15:12 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Gen 2018
Ricordi o pensi?
Qualche tempo fa, durante un PNL Practitioner, il Dott. Richard Bandler disse una frase che mi è rimasta scolpita in mente: “Life is happening and if you spend your time remembering instead of thinking, you’re going in the wrong direction” (che tradotta suona così: “la vita sta accadendo e se spendi il tuo tempo a ricordare anziché pensare, stai andando nella direzione sbagliata”).

Spesso mi chiedono: "cos’è la Programmazione Neuro Linguistica?". Io solitamente rispondo che è una disciplina che ti aiuta a PENSARE in modo più furbo.

Infatti tante volte ci incasiniamo con pensieri stupidi e inutili, molti dei quali derivano da eventi passati e che ci impediscono di vivere al meglio il presente e il futuro: “è accaduta quella cosa, quindi… sono sempre stato così… non sono mai stato capace di…”

Se hai già seguito un nostro corso di PNL mi avrai sicuramente sentito ripetere che la cosa bella del passato è che è successo (nota per i pract e master pract: uso appositamente l'ambiguità fonologica). Infatti ciò che mi piace di più della PNL e del coaching è che non sono interessati al passato, bensì al futuro della persona.

Credo infatti che il nostro lavoro da coach, tramite la pnl o qualunque altro strumento, abbia l’obiettivo di aiutare le persone ad allargare i loro orizzonti per programmare un futuro degno di essere vissuto e decisamente invitante.

Mi ricordo un amico che una volta mi disse: sai perché il parabrezza di un’auto è molto più grande rispetto allo specchietto retrovisore? Perché devi passare più tempo a guardare avanti invece che indietro!

Domanda: hai in mente una situazione che sai già che ti creerà disagio non appena ricapiterà nel futuro? Ad esempio quando rivedrai quella persona, quando ti ritroverai in quel contesto, quando sarai in quel posto sai già che ci starai male?

Bene, se lo puoi prevedere ora significa che lo stai semplicemente PROGRAMMANDO! Come dice sempre Richard Bandler “la delusione richiede una pianificazione adeguata” 😀
Se puoi prevedere oggi che quella cosa ti metterà a disagio, significa che cambiando il tuo modo di pensare o percepire quella situazione, puoi cambiare la sensazione collegata!

Come? Sottomodalità, Time Line, eliminazione di ancore negative (se ce ne sono), swish, spinning feeling... insomma tutti gli strumenti che hai iniziato a imparare dal secondo giorno del PNL Practitioner.

Il problema è che il nostro istinto naturale più forte (ancora più di quello di sopravvivenza) è fare in modo che le cose siano familiari. Quindi, estremizzando il concetto, anche una brutta sensazione può essere più “accettabile” rispetto all’iniziare a fare qualcosa di diverso (e di più furbo): proprio perché il nuovo comportamento all’inizio ci risulta “strano” e sembra non appartenere al nostro carattere.

E se mi conosci sai che io non credo nel carattere: il carattere a mio modo di vedere non è nient’altro che una serie di abitudini che mettiamo in atto ogni giorno e non qualcosa di immutabile che non puoi cambiare (come molti pensano!).

Pensaci: non sei forse una persona diversa e con un carattere diverso rispetto a dieci anni fa o rispetto a quando eri bambino? Spero per te di sì! E sai come si chiama questo cambiamento? Apprendimento! 😉 Infatti hai imparato cose che oggi ti fanno vivere meglio e hai creato delle nuove abitudini (che poi sono diventate familiari :-) ). E così come hai fatto con queste, puoi iniziare a modificare tutti quei comportamenti o pensieri che oggi ancora ti limitano.

Ricordati, tutto è in costante cambiamento: accettalo velocemente e sfruttalo.

Alessandro Mora
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:13 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Dic 2017
Le regole limitano la tua libertà
Un giorno, in aula, stavo parlando di Paul Watzlawick, il grande maestro della comunicazione che ho avuto la fortuna di conoscere.
Riportai una sua frase che mi aveva molto colpito “Ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Un allievo alzò la mano e disse: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E’ il “subisce” che mi lascia perplesso, perché l’uso di un termine così negativo?
Allora spiegai il mio approccio che è più bio-chimico che psicologico.
I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all’interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.
Ho fatto molti corsi con Richard Bandler e lui spiega molto bene questa cosa.
Richard dice di non aver mai lavorato né per la terapia, né per il business. Ho lavorato, dice, solo per la libertà. Prende ad esempio gli schizofrenici che hanno un modello del mondo limitato e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.
E’ strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.
Questo è pazzesco!
L’unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.
Un esempio classico sono le persone metodiche. Queste persone sono le più esposte alla sofferenza.
Dovremmo tutti smettere di credere alle nostre convinzioni negative.
Il modo ideale per superare questo gap è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l’autoironia?
I peggiori che ho incontrato, in questo senso sono i “precisini” e i “capi”: sono troppo analitici, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male. Ho incontrato grandi capi di multinazionali che, dopo avermi chiamato con lo scopo di per far lavorare meglio le loro aziende, mi hanno spiegato meticolosamente quello che avrei dovuto fare. Questo avviene perché sono abituati a comandare.
Gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti e si dimenticano di insegnare nuove possibilità.
Anche i medici sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine per curarsi.
Hai questo…zac…devi prendere questo.
Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!
La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività.
Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l’inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Le ho imparate per chiedere soldi! Semplice no?
Richard Bandler dunque insegna alle persone a essere “libere”. Il contrario di essere “libero” non è essere “prigioniero” ma è essere “ostinato”. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.
Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo la loro mappa del mondo.
Einstein ha cambiato le leggi dell’universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: “queste sono le regole dell’universo”, lui diceva: bah… può darsi… ma io non ci credo!
Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso. La cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché “è” è statico, e così non puoi cambiarlo. E’ paranoico, è schizofrenico.
Bisogna dimenticare le regole, i modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.
Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.
Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure “naturali” sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:18 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Nov 2017
Una scuola che non boccia è una scuola marcia
Tutto quello che è comodo è stupido, scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi. E una scuola che non boccia è una scuola marcia”. Lo psichiatra Paolo Crepet parla dei danni che gli adulti e la scuola fanno ai nostri ragazzi.

“Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Un quattro in un’interrogazione è per uno studente un’esperienza mistica. E invece…”. E invece “stiamo costruendo una società in cui gli adulti vogliono il male di coloro che hanno messo al mondo. La vera trasgressione oggi è studiare, fare le cose fatte bene”. E invece? E invece “un professore universitario mi ha appena detto che i libri di più di 400 pagine non devono passare. Vuol dire che abbiamo già detto ai nostri figli che non ce la faranno mai”. Non usa mezzi termini lo psichiatra Paolo Crepet, durante la presentazione del suo ultimo libro intitolato “Il coraggio”, edito da Mondadori, per descrivere la gravissima situazione in cui versano le più giovani generazioni. I

l coraggio è quello che tutti, genitori e insegnanti dovrebbero oggi avere, quello di credere in sé stessi, nei propri figli e nei propri allievi, il coraggio che devono insegnare loro per superare le difficoltà di ogni giorno fuori e dentro la scuola, per affermare le proprie idee e le proprie vocazioni, la propria libertà e autonomia, per non rinunciare ai propri sogni e costruire la giusta dose di autostima.

Perché coraggio significa agire sapendo che la propria fiducia nel successo è molto più forte della paura del fallimento. Un insegnamento importante per tutti coloro che hanno a cuore il proprio ruolo di adulti e il destino degli adulti di domani. E invece? “Ho scritto questo libro – spiega Crepet al folto pubblico accorso ad ascoltarlo ieri a Modena – perché sono molto preoccupato. Seriamente preoccupato di questo mondo, di questa terra. Basta andare indietro di una generazione e mezza: pensare al coraggio delle donne e degli uomini che sono riusciti a tirar su l’Italia e le aziende, quando al mercato nero non c’erano nemmeno le patate. Ora che ci siamo riempiti lo stomaco di tortellini le cose sono cambiate.

A un certo punto si è cominciato a pensare che andava bene cosi, che è meglio sdraiarsi e vedere sdraiati i figli sul divano, tanto abbiamo tutto il necessario”. E’ cambiata l’educazione. “Una volta c’erano i genitori inflessibili ed erano diffuse le sberle anche quelle preventive, io stesso ne presi una bella collezione, poi s’è fatta largo una melassa, un’educazione liquida basata sul fà come ti pare, sul se lo fai, bene, altrimenti è uguale”. Crepet sa di toccare le corde delle centinaia di persone che affollano il Forum Monzani di Modena, pieno all’inverosimile com’è facile che succeda ogni volta che ad affacciarsi sulla scena pubblica è uno psichiatra. Roba da preoccuparsi sul serio. Succede oggi e tante altre volte con Crepet, succede con Vittorino Andreoli. La collettività sembra ormai psichicamente ammalata, “milioni di persone si alzano al mattino prendendo l’antidepressivo”, racconta Crepet, “e vanno a letto con le benzodazepine”. Sa di toccare le corde e va sul sicuro, lo psichiatra.

Come un pugile, riempe di montanti l’avversario ma l’avversario applaude, quasi voglia sentirsi dire le cose che sa già per poterle metabolizzare e dimenticare. I pazienti non vogliono cambiare, dirà più avanti lo psichiatra, “sono venuto qui da lei solo per sfogarmi, cambiare la mia vita è faticoso, mi dicono i pazienti quasi sempre”. E lui insiste: ma se voi sapete che ho ragione io e cioè che la Costituzione obbliga sì i genitori a mantenere in vita i figli ma non li obbliga certo a regalare tutte quelle cose che ora invece vi apprestate a regalare a Natale, né li obbliga a dare i soldi al figliuolo per andare a Ibiza con gli amici mononeuronici come lui, o per ubbriacarsi di spritz la sera fino a finire al pronto soccorso, né la Costituzione vieta ai genitori di togliere il telefonino e internet quando non c’è reciprocità, e allora perché continuate a fare tutte queste cose? Io faccio una cosa per il ragazzo solo se il ragazzo fa qualcosa per sè.

Altrimenti, cari signori, è come insegnare che nella vita tutto si può pretendere e nulla si deve dare”. Applausi. Il pugile colpisce, il pubblico applaude. “Se i vostri genitori vi hanno insegnato questo, per l’amor di Dio rispondete a questa domanda: come mai avete smesso di farlo con i vostri figli? Siete sul serio contenti di finanziare gli spritz e la marijuana ai vostri figli? Non sappiamo fare altro? Paghiamo perché camminino a quattro zampe, perché arrivino in coma etilico al pronto soccorso? Vogliamo questo? Il coraggio è quello di togliere, non quello di aggiungere”. Togliere, il nuovo verbo di una possibile rivoluzione culturale e antropologica. “Se a un ragazzino dài tutto, gli hai fatto un danno gravissimo, gli hai tolto il desiderio. Come fai a desiderare quello che hai? Come fai a non crescere depresso? La vita va scoperta. I bambini e i ragazzi sono iperprotetti, e invece devono sperimentare il dolore, le cadute, le delusioni, le frutrazioni”.

E invece? E inevece “in tutti gli asili abbiamo fatto pavimenti antitrauma. Ma perché un bambino deve rimbalzare? Avete un problema con il bernoccolo? Il bernoccolo non è un problema, è anzi opportuno avere il bernoccolo! Occorre cadere dalla bici da piccoli, altrimenti la prima volta che cadi giù a trent’anni ti ammazzi”. E’ una società che angoscia i ragazzi con le angosce che gli adulti hanno per i problemi dei figli. “Ma lasciateli vivere, questi ragazzi. Li ricattate perché li volete far stare in casa con voi a costo che siano sempre interconnessi. Spingeteli ad andare via, a viaggiare, bisognerebbe vedere gli aeroporti pieni di ragazzi e invece sono pieni di anziani. Spingeteli a studiare all’estero, magari scopriranno che i professori hanno tutti un cognome diverso, che non si eredita. Spingeteli a essere curiosi, a voler morire curiosi, a studiare, la vera trasgressione è studiare”. Ci sono tre milioni di ragazzi con meno di trent’anni che non studiano e non lavorano. “Se pensate che saranno in grado di competere in un mondo globalizzato siete degli illusi. Ci sono migliaia di imprenditori terrorizzati all’idea di lasciare la propria azienda di successo ai propri figli, perché sono sicuri che la distruggeranno in poco tempo”.

Non poteva mancare il riferimento alla scuola. “Il 99 percento dei ragazzi agli esami di maturità sono promossi. Cosa puoi fare per essere bocciato? Qualcuno ha un’idea? Non studiare non basta. Un quattro è un’esperienza mistica. E’ un’esperienza meravigliosa. Una volta presi uno. Uno. Mio padre mi stupì. Uno? Beh, fantastico, hai preso più di zero, ma vedi un po’ di recuperare quell’uno se no per te sarà un Vietnam: ciao, ciao ciao. Certo, non sono diventato un matematico, ma vi assicuro che quell’ammonimento mi servì. Una scuola che non boccia è una scuola marcia. Una scuola che insegna il principio che siamo tutti uguali insegna una grande bugia. Uno vale uno? E’ una sciocchezza. Non siamo tutti uguali. Il merito non si acquisisce in cinque giorni. Dov’è il coraggio nel dire che tutti sanno tutto e parlano di tutto? La vera trasgressione è studiare. Fare le cose fatte bene”.

E invece? E invece “non sopportiamo neppure che i nostri ragazzi possano avere il dolore. È importante la malinconia. La malinconia non è il dramma della vita. Quelli che ridono in continuazione semmai sono dei perfetti imbecilli”. E le regole? Il rispetto delle regole e della buona convivenza? Per Crepet un adolescente che non sia inquieto è molto inquietante. Non è sbagliato del tutto non riuscire a stare nelle regole. Essere dei fuoriclasse tante volte sgnifica stare davvero fuori dalla classe. “Stare fuori dalla classe è un posto scomodo ma molto utile”, precisa Crepet che riprende il caso di Laszlo Birò che negli anni ’40 inventò la penna a sfera osservando dalla finestra i compagni che giocavano a biglie e che non lo facevano mai giocare. Le palle entravano e uscivano dalle pozzanghere lasciando dietro di sé una scia. Solo un talento, un fuoriclasse, un osservatore poteva vedere in quelle immagini visionarie la penna a sfera che avrebbe cambiato l’umanità. Come Steve Jobs, abbandonato dai suoi genitori, poi ritrovatosi in un garage con pochi dollari e un’idea geniale fatta di icone.

“Altro che raccomandazioni e fortuna come sento lamentarsi tanti genitori: quale raccomanazione ebbe Birò e Jobs? La loro molla fu la rivalsa: non mi fate giocare e io qualcosa mi inventerò per farmi valere. Era il 1947 e voi oggi che cosa state facendo ai vostri ragazzi? Guardate ai risultati. Volete la società senza sognatori e senza visionari. Abbiamo ucciso l’ambizione quasi fosse un male. Ma se siamo qui è perché ci sono stati dei visionari. La verità è che tutto quello che è comodo è stupido. Scrivetelo nella camera dei vostri ragazzi e magari anche nella vostra. E dite ai vostri figli che se si iscrivono nell’università più vicina anche questo è stupido. Le cose semplici non sono le cose migliori che abbiamo fatto nella vita. La tua vita, caro ragazzo e cara ragazza, non è una maglietta da 9 euro e novanta che dopo tre lavaggi in lavatrice la puoi buttare. La tua vita è un vestito di Valentino fatto apposta per te.

La tua vita è grande”. Come quella dell’amico Renzo Piano. “Renzo Piano mi ha raccontato che da piccolo saliva sul terrazzo del suo condominio, dove le donne portavano il bucato ad asciugare, per guardare l’infinito, nascosto dagli altri condomini che ostacolavano la vista. E mentre lui da piccolo guardava l’infinito, voi invitate i vostri figli a guardare il mondo in un tablet, idea esplicitata anche alla ministra dell’istruzione in una delle sue tante uscite? Ma io dico, se ha vinto Renzo Piano guardando l’infinito dal terrazzo all’ultimo piano, e voi lo sapete che ha vinto lui, mi spiegate perchè mai ai vostri figli fate vedere il mondo dentro quegli aggeggi che vi apprestate a regalare a Natale?”

La verità è che vogliamo male a chi abbiamo messo al mondo. “Già da quando gattonano – conclude Crepet – risolviamo loro tutti i problemi. La verità è che li ricattiamo perché vogliamo che se ne stiano con noi, anche se interconnessi. Insegniamo invece ai nostri ragazzi che vadano in giro”. Non diciamo più ai nostri figli che all’estero c’è brutto tempo e che si mangia male “perché il meglio per i nostri figli non possono essere il meteo.it nè tripadvidsor per le serate al ristorante”
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:44 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Ott 2017
Siamo ghiande felici



La sorte a volte schiaffeggia senza chiedere permesso e lascia guance rosse di vergogna o rabbia.

A noi, manager ambiziosi, dipendenti in carriera o solo desiderosi di evadere verso altro e imprenditori pieni di progetti questa cosa suona drammaticamente illegittima.

Stiamo guidando il nostro destino, non vogliamo essere disturbati.

Il controllo di ciò che ci accade ma soprattutto di come reagiamo agli eventi è un paradigma che abbiamo assorbito fino al midollo.

Abbiamo imparato a fare piani, impostare scadenze, creare condizioni, controllare.

Sappiamo redigere diagrammi di flusso e di Gantt per evitare le sorprese.

Ma poi queste strategie vengono frustrate, da sempre, dai colpi bassi del fato.

Nulla tiene testa agli uragani del vivere.

Nemmeno gli obiettivi S.M.A.R.T.

Malattie, incidenti, cataclismi, crolli di borse e di aziende, rivoluzioni e guerre non sono interessati ai nostri progetti.

Allora abbiamo imparato a reagire con la migliore soluzione possibile quando le cose vanno fuori controllo.

Abbiamo studiato la resilienza e tradotto in manuali occidentali operativi e decaloghi di tutti i tipi le parole del maestro tantrico Padampa Sangye : “La gente può reggere solo un poco di felicità, mentre può reggere tantissima avversità . Come in molti hanno potuto constatare, le grandi difficoltà possono far sì che tiriamo fuori il meglio di noi” .

Abbiamo poi sviluppato sistemi religiosi, schemi psicologici, paradigmi razionali che sottolineano e danno indicazioni per accettare ciò che il monaco buddista Shantideva riassumeva così: “Se c’è qualcosa che puoi fare rispetto a un problema, perchè sentirsi frustrati; e se non c’è nulla che si possa fare, perchè sentirsi sconvolti?”

Insomma, sappiamo :

1. come definire gli obiettivi;

2. come procedere di fronte alle avversità modificabili;

3. come accettare quelle immodificabili.

Sappiamo tutto e abbiamo regole e raccomandazioni per tutto.

Perché allora molti di noi si struggono costantemente con ansia, tristezza e preoccupazione?

La mia ipotesi è quella che intimamente e in filigrana percepiamo la pressoché totale insensatezza dell’esistenza e la certezza che questa vita, sempre troppo presto, finirà.

Sapere, anche se preferiamo delicatamente ignorarlo, che tutto questo terminerà per alcuni prima e per alcuni dopo, rende tesi e sostanzialmente sfiduciati.

Nessuna tecnica ci salverà definitivamente, questo sentiamo in fondo all'animo o al cervello.

Lo sentiamo soprattutto quando qualche amico ci lascia improvvisamente.

Che senso ha tutto questo gran daffare che ci diamo?

E questo che ci fa male e ci rende angosciati, per quanto disciplinati e preparati siamo.

Alcuni sperano in un aldilà che sistemi le cose.

Qualcuno si dispera e smarrisce il controllo sull’ambiente e, peggio, su di sé perdendosi per sempre.

I più sopravvivono in un’amara e nervosa gara di velocità giornaliera contro un mondo in costante disgregazione, con la sensazione che in fin dei conti nulla valga veramente la pena.

Io sono tra questi ultimi e continuo laicamente a chiedermi perché dovrei smettere di preoccuparmi e accettare serenamente il fatto che questa strano percorso non abbia poi questo gran senso.

Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare un potenziale, qualunque esso sia e qualunque cosa io intenda e senta come mio potenziale?

La domanda è comprensibile ma potrebbe anche essere sbagliata e frutto solo della nostra coscienza e di qualche circuito neuronale di cui sappiamo ancora molto poco.

La ghianda, esempio tipico di potenzialità nascosta, non credo si chieda quale sia la sua missione.

Germoglia e cresce.

Magari la mia domanda è solo frutto della superbia umana di credere di avere il diritto di sapere e di conoscere il perché di qualunque quesito un individuo si possa porre.

Faccio finta di averlo questo diritto e provo a rispondermi.

Perché dovrei continuare a fare del mio meglio per realizzare il mio potenziale?

Perché io, con un atto di volontà, credo e accetto di essere né più né meno di una ghianda.

E soprattutto decido di credere di essere una ghianda felice di essere una ghianda, in qualsiasi situazione mi possa trovare.

E quindi credo che nel mio vivere quotidiano :

1. Io dovrei realizzare il mio potenziale perché questo è quello che deve essere in natura.

2. Io dovrei fare fronte alle avversità perché tutto ciò che impedisce o rallenta il mio pieno sviluppo è male.

3. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché è quello che fa una quercia quando cresce e trova un sasso che ostacola le sue radici.

Se poi aggiungiamo il prossimo in questa lista allora la cosa diventa ancora più semplice e io credo che :

4. Io dovrei essere il mio meglio perché un mondo di gente al meglio è un mondo migliore per tutti.

5. Io dovrei fare fronte alle avversità perché altri potrebbero avere bisogno e chiedere di essere stimolati ad affrontare le loro da chi ha già capito di essere una ghianda felice per definizione.

6. Io dovrei accettare le avversità non modificabili perché altre ghiande attendono di comprendere con degli esempi perché e come essere felici nonostante tutto.



Non mancano le informazioni, è la storia che ci raccontiamo che è debole.

Non sono le tecniche che mancano, è il significato che latita.

Non sono le ghiande potenziali ad essere scarse, è la consapevolezza che la lotta per essere quercia è la "via", che sfugge.

Mi auguro, vi auguro, ci auguro, di essere ghiande felici solo per il fatto di essere ghiande.

Buon lavoro.

Sebastiano Zanolli
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:25 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Set 2017
La comunicazione: specchio di una società
Con l'amalgama di razze e culture differenti, che è ormai caratteristica di tutti i paesi avanzati, la comunicazione è diventata un elemento che concorre in maniera determinante a garantire rapporti corretti fra i membri di una collettività. E quindi la domanda è: come si comunica? Dirò subito - in genere, male.

Tutti noi siamo dotati di un cervello, di un apparato respiratorio, fonatorio, uditivo, cinestetico e così via, elementi che formano un "tutto", ossia il corpo, che è il nostro strumento per comunicare. Ma perché il processo di comunicazione risulti funzionale, tutti gli elementi che lo compongono devono essere utilizzati in modo corretto e consapevole.

Dopo parecchi anni di esperienza nel settore, credo di poter affermare che realmente poche persone abbiano maturato una sufficiente sensibilità ai problemi legati alla comunicazione, il che vuol dire ai problemi legati alla propria capacità di interagire con il prossimo. La maggior parte della gente, a prescindere dalla collocazione sociale e dalla cultura, risulta del tutto ignara dei meccanismi attraverso cui si comunica, convinta com'è che tutto avvenga in modo casuale e istintivo. Con i seguenti risultati:

La qualità della comunicazione (senza riferimento ai contenuti, è ovvio) è inevitabilmente banale con una fastidiosa propensione alla volgarità.

Le voci che ascoltiamo nella quotidianità sono in prevalenza stonate, opache, prive di energia oppure stridule, taglienti, aggressive. Si percepisce molto chiaramente, soprattutto in posti affollati, come un rumore di fondo, che talvolta sembra sconfinare in una sorta di nevrosi collettiva, determinata dalla assoluta incapacità di dosare volume, tono, respiro, ritmo, articolazione dei vocaboli e via di seguito.

Il corpo è portato in giro come fosse un peso, privo di espressione e personalità, con posture rigide o ripiegato su se stesso.

I gesti sono ripetitivi, disordinati, cadenzati nervosamente, mani e braccia buttati qua e là, con mancanza di connessione tra concetto espresso e significato gestuale.

Lo sguardo è perso nel vuoto, oppure ostinatamente fisso sull'interlocutore, senza un giustificato motivo.

Il volto mantiene un' espressione standard consolidata, privo di mobilità, o perennemente sorridente in disarmonia con l'emozione reale.

L'abbigliamento (la cui funzione non si limita a coprire ma a completare), è per lo più uniformato alla moda del momento, oppure risulta banalmente contaminato da altre culture, con un' ulteriore difficoltà ad affermare la propria identità.

Infine rilevo una sconsolante insensibilità dello spazio personale e sociale rispetto al nostro prossimo.

Come porre rimedio a questa situazione che ai miei occhi appare così seriamente compromessa? Tanto per cominciare, credo che la comunicazione dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Senza la consapevolezza dell'insieme di regole che governano il processo comunicativo, apprese appunto in età scolastica come una normale materia, diventa difficoltoso in età adulta mettere in atto cambiamenti radicali. Tutto ciò evidentemente non ha nulla a che vedere con il bon ton o altre leziosità!

Penso che una società, oltre ai molteplici aspetti economici, sociali, culturali, religiosi, debba agire anche in questa direzione per un processo evolutivo dell'individuo, per migliorare le relazioni interpersonali e anche, perché no?, dare un certo stile al paese.

Romana Garassini
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:49 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Lug 2017
Consigli per l'estate
Vivi nel presente
L’unico momento che esiste veramente è il presente. Ieri è passato e non può essere cambiato, domani deve ancora arrivare, ma non ne abbiamo la certezza.

Lascia andare ciò che è già accaduto
Qualche volta il problema che ci angustia non riguarda il presente ma qualcosa che è accaduto «nel passato». Noi continuiamo a tenere nella mente quei pensieri e quelle sensazioni del passato. Ma quante energie e tempo sprechiamo per fare questo?

Focalizza la tua attenzione su ciò che è importante per te
Se qualcosa non è in linea con i tuoi valori o semplicemente preferisci passare il tuo tempo in modo diverso, rispetta questa tua volontà. Molte volte ci ritroviamo a dire di sì solo per evitare il giudizio degli altri, per sentirci accettati, ma così facendo tradiamo noi stessi. Non preoccuparti del giudizio degli altri, spiega le tue ragioni con gentilezza e non sentirti in colpa se gli altri non capiscono, non è un tuo problema. Mettere le nostre priorità al centro non significa essere egoisti, ma rispettarsi.

Programma le attività
Per organizzare il proprio tempo, potrebbe essere utile fare un programma giornaliero o settimanale delle attività. Segna le cose da fare, quanto tempo pensi ti debba servire per ciascuna di esse. In questo modo è più facile avere il controllo sulle cose da fare e sul tempo a disposizione.

Passa del tempo con te stesso
Prima di essere padri, madri, mogli, mariti, impiegati, manager ecc., siamo persone con delle necessità. Trovare il tempo per noi stessi è importante per il nostro benessere e la nostra felicità. Può essere un trattamento di bellezza o tempo da dedicare alla lettura, a un nuovo hobby, a un nuovo sport, a te la scelta. Fare qualcosa per noi stessi e che ci nutre l’anima arricchisce la nostra vita.

Passa del tempo con chi ami
Stare con chi amiamo e con chi ci ama è una grande fonte di forza e di motivazione. Programma una sera a settimana per una cena fuori, per andare al cinema o per fare qualcosa insieme alla tua famiglia, al tuo partner. Questo può essere anche un modo per rompere la routine e condividere un’esperienza insieme.

E...buone vacanze!
 
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postato da  Claudio Maffei alle  23:07 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





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