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23 Mar 2017
Giovanni Ferrero: "La mia Nutella non va in Borsa"
TORINO - Padrone o imprenditore? "Senza arroganza mi definisco un operatore sociale nel campo economico. Vorrei riuscire a diventare l'interprete di un capitalismo non rapace ma illuminato". Giovanni Ferrero, 50 anni, è il signor Nutella. Amministratore delegato unico del gruppo di Alba dal 2011 è oggi il principale esponente della famiglia che guida il terzo gruppo mondiale nel settore del cioccolato. A 11 anni è stato iscritto alla scuola europea di Bruxelles, in un periodo, gli anni '70, in cui molte famiglie italiane mandavano a studiare all'estero i figli per timore dei rapimenti. Ama la letteratura, ha scritto diversi romanzi ambientati in Africa. È sposato, ha due figli. Questa è la sua prima intervista dopo la scomparsa del padre Michele.
Lei si trova oggi fuori Italia. Dove si sta godendo le vacanze?
"Non sono in vacanza. Sono al lavoro, in questo momento in Lussemburgo".
L'imprenditore non va mai in vacanza, è così?
"Questo è un mito da sfatare. Io non credo che sia utile lavorare senza soluzione di continuità. Penso anzi che sia necessaria, ogni tanto, una sana cultura del distacco. Le pause servono a creare un po' di lontananza critica. Prendendo le distanze da quel che si fa, si finisce per lavorare meglio ".
Guardiamo con distacco il capitalismo italiano. Da metà Novecento a oggi è stato dominato dalle imprese di famiglia, come la sua. Ha ancora senso il modello del capitalismo familiare nel mondo globale?
"Premetto che per me esistono la buona e la cattiva imprenditoria, al di là dei vincoli di sangue. Poi, certo, le imprese basate su una famiglia hanno il grande vantaggio di poter pianificare le loro strategie nel lungo termine. A noi è capitato. Le visioni di una generazione vengono portate avanti dalla successiva, senza doversi preoccupare del risultato finanziario del prossimo trimestre, come invece accade alle società dominate dai fondi di investimento. Questo è un grande vantaggio".
Ci sono anche gli svantaggi?
"Certo e sono evidenti. Noi Ferrero siamo sempre attenti ad evitare quegli svantaggi. Il capitalismo familiare è spesso ombelicale, guarda al suo interno e non si proietta all'esterno. Va assolutamente evitato il rischio di dover disperdere il capitale per mettere d'accordo tutti in famiglia perché questo indebolisce le società con il risultato di avere un nanocapitalismo che considera il mondo esterno come un nemico dal quale difendersi. Questo atteggiamento è quello che spesso ha fatto deflagrare il capitalismo familiare italiano. Naturalmente e per fortuna ci sono esempi virtuosi che dimostrano come si possa evitare questa deriva".
Lei ha promesso di mantenere le tradizioni di famiglia in un gruppo mondiale che si avvia a fatturare 10 miliardi di euro l'anno. Ma ha anche annunciato che è ormai arrivato il momento di "superare le colonne d'Ercole", insomma di cambiare la pelle della Ferrero. Come?
"Il rapporto con l'Italia e con le radici di Alba rimarrà inalterato. Alba è il nostro sancta sanctorum, lì è cominciato tutto. Ma se vogliamo crescere non possiamo accontentarci di conservare l'esistente. Vale per noi come per altre aziende. Per svilupparci dobbiamo diventare più grandi, cercare alleanze, fusioni. Per crescere dobbiamo cercare il valore dove si sta creando, andare fuori dall'Europa. Le do due sole cifre: dieci anni fa le sette principali aziende del nostro settore rappresentavano insieme il 35% del fatturato. Oggi le prime cinque superano da sole il 60%. Le aziende si concentrano perché questo è l'unico modo per avere a disposizione i capitali necessari a svilupparsi. E si cresce fuori dall'Europa dove i mercati salgono, in media, del 15%".
Qual è l'alternativa?
"Difendere il fortino esistente, combattere contro la storia. Un'assurdità. Noi Ferrero non lo abbiamo fatto. Mio padre cominciò a investire in Francia negli anni Cinquanta quando tutte le società si accontentavano di sfruttare il boom economico italiano. Vide lontano. Oggi la Francia è il nostro mercato più forte".
Verremo dopo a una questione che riguarda la Francia. Nelle scorse settimane lei ha rotto un tabù: ha annunciato l'acquisto di una società del cioccolato, l'inglese Throntons, un'operazione da 157 milioni di euro. Ferrero comincia a comperare altre società dopo aver trascorso mezzo secolo a crescere da sola. A che punto è l'operazione?
"Siamo quasi al 75 per cento di adesione all'offerta amichevole di acquisto. Questo significa che tra poco potremo togliere la società dal listino della Borsa, come annunciato. Siamo molto soddisfatti per le opportunità di crescita che l'acquisto di Thorntons ci offre sul mercato inglese".
Ecco, il tabù della Borsa resiste. Mai la Ferrero in un listino?
"Fino a qualche anno fa quotarsi presentava rischi e opportunità".
Sembra il modo più veloce per raccogliere capitali, non crede?
"Certo. Ma noi abbiamo le risorse necessarie a finanziare la nostra crescita da soli. E oggi andare in Borsa è più rischioso di qualche tempo fa per la pressione dei rappresentanti dei fondi di investimento nelle società quotate".
Dunque mai in un listino?
"Oggi non ne abbiamo bisogno. Se un giorno si ponesse il problema come conseguenza della partnership con una grande società, forse allora non ci potremmo più permettere il lusso di rifiutare la Borsa. Ma oggi non è un'ipotesi realistica".
La Ferrero è ancora una società italiana?
"Siamo orgogliosi di essere considerati uno dei fiori all'occhiello dell'Italia. Noi in verità siamo da tempo una società europea, l'Italia rappresenta il 17% del nostro fatturato. In prospettiva, diciamo entro i prossimi cinque anni, pensiamo di diventare una società mondiale che realizza fuori dall'Europa il 51% del fatturato".
Lei da giovane non ha dovuto risolvere il problema. Ma che cosa consiglierebbe ai ragazzi italiani che cercano un lavoro?
"Penso che la disoccupazione dei ragazzi sia la più grande negatività sociale dell'Europa e dell'Italia. Ammiro le riforme che sta portando avanti il governo italiano e questo mi lascia ben sperare. Consiglierei ai ragazzi di non lasciarsi spegnere le speranze: chi riesce a vincere in questo momento difficile è più forte delle generazioni che lo hanno preceduto".
Torniamo alla Francia. Ségolène Royal ha invitato a non mangiare più la Nutella per combattere la deforestazione legata al consumo di olio di palma. Come risponde?
"Innanzitutto noi siamo tra le aziende che hanno fatto di più sulla tracciabilità dei prodotti e nel rapporto con le popolazioni delle località di produzione. Abbiamo un welfare che estendiamo il più possibile ai nostri collaboratori nei paesi di produzione delle materie prime".
Queste scelte eviteranno la deforestazione per utilizzare l'olio di palma negli alimenti?
"Con le conoscenze scientifiche di oggi possiamo limitare la deforestazione, non eliminarla. Il potere nutritivo dell'olio di palma è sette volte superiore a quello di altri oli e la popolazione mondiale sottonutrita è di 850 milioni di persone".
Dunque che cosa risponde al ministro Royal?
"Che la sua caduta di stile mi ha un po'stupito. Pensavo che fosse una nostra affezionata cliente. Ci sono molte foto di famiglia che la ritraggono con un barattolo di Nutella in mezzo alla tavola. In ogni caso noi continueremo a fare tutto il possibile per rendere il mondo migliore e più dolce di come lo abbiamo trovato".
PAOLO GRISERI
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:28 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Feb 2017
Ho visitato una scuola svizzera. E sono rimasto sconvolto
Nelle scorse settimane mi è capitato di visitare una scuola secondaria di secondo grado svizzera. Un’esperienza sconvolgente.
Intanto ad accompagnarmi nel tardo pomeriggio di un giorno festivo è stata una professoressa perché lì tutti i docenti possono entrare a qualsiasi ora del giorno e della notte: con una chiave elettronica l’amica docente ha aperto ogni porta, da quella d’ingresso a quella del laboratorio d’arte a quella della mensa.
La prima tappa è stata l’aula insegnanti: un’accogliente stanza con divani, poltrone, quotidiani, riviste, una bacheca con gli appuntamenti culturali della città e della scuola, un angolo cottura e una scrivania con tanto di personal computer per ogni professore. “Prepariamo qui le nostre lezioni. Questo è un luogo dove possiamo studiare, formarci, scambiarci materiale e informazioni”, mi ha spiegato la collega elvetica.
Per loro c’è anche una mensa gestita insieme a quella dei ragazzi: tavoli e sedie comode, un self service all’avanguardia, un’illuminazione moderna e per chi non vuole spendere c’è una sala con dei forni a disposizione per riscaldare il cibo portato da casa.
Senza parlare del teatro, moderno, attrezzato e dell’elegante emeroteca con inclusa una ludoteca aperta ai ragazzi e gestita da un’addetta che si prodiga per trovare sempre nuove proposte per i giovani studenti. Il tutto in un contesto pensato e progettato non certo dal tecnico comunale o dall’amico del sindaco ma dall’architetto Santiago Calatrava che ha pensato questo spazio in funzione dei ragazzi. Insomma una scuola che nasce per essere uno spazio educativo e non un antico palazzo trasformato in edificio scolastico.
Senza parlare delle aule e del laboratorio d’arte attrezzato come se fosse l’Accademia. Ma la cosa che più mi ha stupito è stata quella di non trovare un cuore, un “Ti amo”, un Marco + Eva o una qualsiasi altra incisione “rupestre” sulle sedie, sopra o sotto il tavolo, sul muro.
Ad un certo punto ho chiesto alla mia amica di portarmi nei bagni. Almeno lì ero certo che avrei trovato una scritta: ho pensato che finalmente liberi dall’oppressione dei docenti svizzeri, nel segreto del cesso, i giovani svizzeri sarebbero stati uguali agli adolescenti italiani. Delusione: non una sola incisione. Nulla.
A quel punto ho iniziato a farmi qualche domanda: perché in Italia dalla scuola “media” alle superiori non c’è un solo banco o cesso senza scritte? Perché i nostri ragazzi non sentono “loro” la scuola dove trascorrono la maggior parte del tempo? Che accadrebbe se anche in Italia ogni insegnante avesse le chiavi per entrare a scuola quando vuole? Perché nel nostro Paese le scuole sono vecchie, insicure, pericolose e a poche centinaia di chilometri da Milano sono progettate da architetti all’avanguardia? Quanto conta la scuola per gli svizzeri e quanto per gli italiani? Eppure noi abbiamo la “Buona Scuola”.
di Alex Corlazzoli - IlFattoQuotidiano.it
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:49 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Gen 2017
Le regole limitano la tua libertà

Un giorno, in aula, stavo parlando di Paul Watzlawick, il grande maestro della comunicazione che ho avuto la fortuna di conoscere.
Riportai una sua frase che mi aveva molto colpito “Ognuno di noi costruisce ciò che poi subisce”. Un allievo alzò la mano e disse: sarebbe affascinante approfondire questo concetto, a che cosa si riferisce precisamente? E’ il “subisce” che mi lascia perplesso, perché l’uso di un termine così negativo?
Allora spiegai il mio approccio che è più bio-chimico che psicologico.
I pensieri che facciamo influiscono sulle sensazioni che proviamo, che a loro volta agiscono sulla chimica del nostro cervello e del nostro corpo. Ci rinchiudiamo all’interno dei limiti della nostra stessa mente, limiti che sono costituiti dalle nostre convinzioni, dai nostri pensieri e dalle nostre sensazioni.
Ho fatto molti corsi con Richard Bandler e lui spiega molto bene questa cosa.
Richard dice di non aver mai lavorato né per la terapia, né per il business. Ho lavorato, dice, solo per la libertà. Prende ad esempio gli schizofrenici che hanno un modello del mondo limitato e si arrabbiano se le persone non si adeguano al loro modello del mondo.
E’ strano ma molte persone pensano che sia più importante avere ragione che essere felici.
Questo è pazzesco!
L’unica cosa importante è essere in grado di uscire dal proprio modello del mondo. Quando diamo eccessivo potere alle nostre convinzioni queste convinzioni possono farci soffrire.
Un esempio classico sono le persone metodiche. Queste persone sono le più esposte alla sofferenza.
Dovremmo tutti smettere di credere alle nostre convinzioni negative.
Il modo ideale per superare questo gap è ridere delle cose che ci fanno star male. Ma chi sa veramente usare l’autoironia?
I peggiori che ho incontrato, in questo senso sono i “precisini” e i “capi”: sono troppo analitici, vogliono avere il controllo di tutto e così stanno male. Ho incontrato grandi capi di multinazionali che, dopo avermi chiamato con lo scopo di per far lavorare meglio le loro aziende, mi hanno spiegato meticolosamente quello che avrei dovuto fare. Questo avviene perché sono abituati a comandare.
Gli insegnanti, spesso, sono troppo impegnati a dare i voti e si dimenticano di insegnare nuove possibilità.
Anche i medici sono troppo impegnati a fare delle diagnosi, a dare dei nomi alle cose che affliggono le persone, per poi dar loro delle medicine per curarsi.
Hai questo…zac…devi prendere questo.
Gli psicologi invece pensano che gli uomini siano molto complicati. Invece sono mooolto semplici!
La necessità spesso è la madre della capacità e della creatività.
Ogni giorno incontro persone che mi dicono: cosa pagherei per parlare bene l’inglese! In Brasile, a Salvador de Bahia, ho incontrato un bambino che sapeva cinque lingue e gli ho chiesto: Come le hai imparate? Le ho imparate per chiedere soldi! Semplice no?
Richard Bandler dunque insegna alle persone a essere “libere”. Il contrario di essere “libero” non è essere “prigioniero” ma è essere “ostinato”. Le persone ostinate sono come gli schizofrenici.
Tutto, anche loro stessi, deve funzionare secondo la loro mappa del mondo.
Einstein ha cambiato le leggi dell’universo perché quando era bambino e a scuola gli dicevano: “queste sono le regole dell’universo”, lui diceva: bah… può darsi… ma io non ci credo!
Quando una persona è diversa bisogna insegnargli le cose in modo diverso. La cosa peggiore è etichettare le persone. Etichettare è fare una diagnosi. Nessuno è qualcosa. Perché “è” è statico, e così non puoi cambiarlo. E’ paranoico, è schizofrenico.
Bisogna dimenticare le regole, i modelli limitanti. Provare cose nuove è forse la cosa più bella che possiamo fare. Ma le nostre convinzioni spesso ci impediscono di farlo.
Il fatto che uno provi paura anche solo immaginando di trovarsi di fronte a un serpente significa che la paura non ha nulla a che vedere con il serpente, ma sta solo nel cervello della persona.
Le nostre convinzioni limitanti ci mettono addosso un sacco di stupide paure che diventano vere e proprie catene che ci rendono prigionieri. Le uniche paure “naturali” sono la paura di cadere (del vuoto) e quella dei rumori forti. Tutte le altre ci sono state indotte e sono solo nella nostra mappa o modello del mondo.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  18:43 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



8 Dic 2016
Parlarsi nell'era digitale
Anna ha 12 anni, litiga con un compagno di scuola, Luis, e posta su Facebook «spero proprio che Luis finisca come suo padre». Che si era appena suicidato. Il preside si infuria e la convoca per metterla di fronte alla gravità del gesto. Ma Anna sembra non rendersi conto: «Era solo su Facebook!». Il preside capisce che la ragazza non considera il suo gesto completamente reale. Come se gli altri, pensati via Facebook, non fossero del tutto umani. Luis era diventato un oggetto bidimensionale, una faccina sullo schermo incapace di soffrire davvero. Sì, Anna era stata crudele, ma di una crudeltà passeggera e senza importanza.

Studiosa al confine tra psicologia e sociologia, Sherry Turkle insegna al MIT di Boston ed è un’esperta di digital culture. Decine di storie come quella di Anna e Luis, tutte raccolte personalmente sul campo, le hanno permesso di scrivere un libro importante che argomenta bene la tesi che vuole dimostrare: il trionfo delle tecnologie comunicative ha aumentato i nostri scambi ma ha ridotto le nostre conversazioni. Con ripercussioni profonde e durature: meno conversazione = meno empatia = meno introspezione = meno conoscenza. Non solo, la connessione continua impedisce l’esperienza della solitudine. E quindi della creatività.

Stiamo cambiando. Una mutazione al tempo stesso impercettibile e evidente, come quella del clima. La «fuga dalla conversazione» mette in pericolo il concetto di relazione come lo abbiamo sempre concepito e vissuto. Nel dizionario inglese è entrato un nuovo termine: phubbing (da phone e snubbing), cioè trascurare chi sta di fronte a noi per dedicarsi al proprio smartphone. Con buona pace di Emmanuel Lévinas, il filosofo che afferma che è la presenza di un volto a sollecitare la creazione di un patto etico.

Espansione continua dell’altrove digitale, la vita come distrazione dal telefono. Cene silenziose, tutta l’attenzione rivolta agli smartphone. Relazioni che nascono e muoiono con un messaggio. Tablet che custodiscono i nostri segreti ma basta una distrazione e si trasformano in smoking guns dei tradimenti. Amicizie senza abbracci, confinate in text di pochi caratteri. Coppie che scelgono di litigare solo via email per evitare le reazioni a caldo. I costi della fuga dalla conversazione iniziano a vedersi ovunque: in politica, nella vita privata, in quella scolastica. Parlando dei suoi alunni, un’insegnante dice: «se per caso condividono qualcosa, quel qualcosa si trova immancabilmente sui loro cellulari». Tra loro non si guardano, ma tutti guardano lo schermo.

Sherry Turkle non è una luddista piena di nostalgia, semmai un’antropologa del cyber-spazio. Il suo messaggio non è «spegnete gli smartphone». Semmai «accendete la conversazione» e ricordate che la comunicazione chiede corpo e attenzione. Silenziare il cellulare mentre qualcuno ci parla è un gesto d’amicizia. E quando non desideri controllare le email in presenza dell’altro, forse ti sei innamorato.

Il libro è piaciuto a Jonathan Franzen, che lo ha recensito sul New York Times scrivendo che il suo fascino sta «nell’evocazione di un’epoca, non molto lontana, in cui la conversazione, la privacy, la complessità delle discussioni non erano beni di lusso». Pagina dopo pagina, Reclaiming conversation, questo il titolo originale, aumenta le nostre preoccupazioni. Ma lancia anche una sfida: dimostrare a noi stessi e a chi ci sta attorno che una regolazione è possibile. Le addiction sono nocive: se abbiamo regolato l’uso delle sigarette, perché non dovremmo regolare anche quello di tablet e smartphone?
La legge del contrappasso può diventare anche la terapia: «la sola cura per le connessioni fallimentari del nostro mondo digitale – scrive Turkle – è parlare.
Vittorio Lingiardi
 
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postato da  Claudio Maffei alle  14:18 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Nov 2016
Il vento freddo della creatività
Ho letto un paio di articoli dove ci si chiede se gli smartphone possono spegnere la creatività delle persone. Soprattutto quando se ne fa un uso eccessivo. In realtà si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, persino una dote innata. Quasi un diritto. E questa ossessione per la creatività ha generato come un vento freddo che poggia sulle terre calde del web. Nessuno può più sfuggire all’obbligo creativo, al dovere di raccontare. E chi non ha una storia, un qualcosa da dire, un qualcosa che piaccia è meglio che se la trovi al più presto. Perché la povertà creativa è diventato un disvalore, un segno intollerabile del vivere contemporaneo, del comunicare sul web e sui social.
Dovremo fare i conti con la dittatura della creatività. Schiavi di un nuovo glamour, diventiamo tutti potenziali narratori cinematografici, autori di romanzi e poesie, compositori di musica, cesellatori di buone storie, in grado di raccontare, di vedere sempre un plot dove spesso non esiste, di saper trovare gli intrecci e le grandezze ovunque si nascondano.
La dittatura della creatività è un problema molto serio. Non esistono più esistenze che non ambiscano a qualcosa che le evolva, le riscatti dalla quotidianità. Non esistono più luoghi normali, come tanti, paesaggi simili tra loro, nonni, nonne e zii all’incirca uguali per tutti. Non ci sono più lettere di famiglia che sono soltanto lettere, e che si conservano per affetto senza neppure andarle a rileggere. Ormai non ci sono racconti privati, storie tramandate, persino piccole leggende, che non diventino cose per gli altri, che non siano esportabili nel senso tecnologico del termine: ovvero cambiandogli il formato in modo che siano leggibili in un altrove indistinto. Persino i filmini della recita dei figli, abilmente manipolati, possono diventare ritratto, affresco, vicenda privata che ha qualcosa di collettivo, microstoria rivelatrice.
È come un vento che sta mettendo una generazione di fronte alla frustrazione di non essere abbastanza narrativa, di non essere del tutto creativa. Le storie corrono per il mondo e bisogna afferrarle, capirle, ripensarle: quelle di ogni giorno come quelle antiche, che possono diventare un libro, un racconto lungo, un documentario.
La dimensione privata del ricordo è diventata un affare emotivo, narcisistico, affettivo, esibizionista. Ogni gesto della propria vita, ogni pensiero, ogni fotografia, ogni video è vissuto non per essere condiviso, ma per diventare un mosaico narrativo, uno storytelling di esistenze semplici, normali, che non sono più capaci di restare in quella normalità, in quel privato che è sempre stato di tutti. Si sono rovesciati i propri cassetti dentro il web, per mostrarsi nudi, indifesi, fragili di fronte ad altri nudi, indifesi e fragili. E non si riesce più a ritrovare una dimensione privata dell’esistenza.
Non tutto serve a diventare storia, non tutto si può mostrare come fosse un patrimonio collettivo. Non c’è bisogno di costellare il proprio tempo quotidiano di note continue che aggiungono, mostrano, spiegano, narrano. E questa dittatura della creatività è diventata una disperazione, una sorta di antifrasi concettuale: diamo un significato opposto a tutto quello che è di fronte a noi, come un tic nervoso. Obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase. Abbiamo trasformato l’arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell’ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. Abbiamo legato la creatività al successo dei like, che finiscono per modificare, in corsa, la qualità delle opere, delle storie, attraverso un sondaggio continuo, un costante aggiustamento – spesso verso il basso – delle proprie intenzioni e volontà.
La creatività obbligatoria è come un vento freddo, sottile e tagliente, ghiaccia il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.
Roberto Cotroneo
 
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23 Ott 2016
Ascoltare non è condividere
In tutte le culture millenarie, e soprattutto nella maggior parte delle religioni, l’ascolto è un elemento fondante. L’ascolto è saggezza, l’ascolto è comprensione, alle volte è assoluzione o condanna, ma è sempre un punto di condivisione tra due persone singole, o tra un singolo e la collettività. Si ascoltano i figli, le persone che si amano, si ascoltano le comunità, i cittadini. Si chiede, si valuta, si decide dopo aver ascoltato, e non soltanto le ragioni o delle tesi ma anche qualcosa che viene prima di tutto questo: l’essenza del vivere.
Mettersi in ascolto è mettersi in cammino, regalare un luogo dove rifugiarsi, trovare conforto: ascoltano i confessori, gli psicoanalisti, i saggi.
Ascoltare non è necessariamente condividere, non è un modo per farsi approvare, per avere successo, per vincere con le proprie ragioni. Nell’ascolto non si vince e non si perde, non è un combattimento, non è consenso o dissenso, non è adesione o indifferenza. Nell’ascolto e nel farsi ascoltare il voler avere ragione, il voler colpire, impressionare, risultare popolari agli altri, serve a poco. Perché mettersi in ascolto è percorrere una strada di solitudine e di diversità che ci può isolare, renderci eccentrici.
L’ascolto è un karma, in un certo senso; parola sanscrita delle "upanisad" vediche che ormai è utilizzata nel linguaggio corrente per indicare all’incirca il destino, la predisposizione a qualcosa. Il karma è un agire nel mondo che porta al ciclo di morte e di rinascita del "samsara". Da come si agisce, come sanno ormai in molti, si avranno delle conseguenze, e il ciclo di morte e rinascita non è uguale per tutti, dipende da come si agisce, dalla capacità di sentire e di essere nel mondo; dal modo di ascoltarlo, in un certo senso, se intendiamo l’ascolto una delle modalità dell’agire, una modalità più evoluta.
Ma la modernità alle volte è fatalmente invasiva. Semplificare è molto bello, quando si riescono a spiegare concetti complessi con linearità, rendendoli fruibili a molti. Ma banalizzare non è semplificare, e soprattutto ci sono forme di banalizzazione pericolose. Da poco tempo esiste un nuovo social network, si chiama: Maadly. Non sarebbe una notizia se non avesse un aspetto particolare. Non mette in comunicazione persone che si conoscono, o addirittura amici, ma soltanto ed esclusivamente non conoscenti. Questi sconosciuti della rete leggono i tuoi post e i tuoi contenuti e possono mettere un “Like” o un “Dislike”. A ogni like sale il karma dell’utente (proprio così, è utilizzato questo concetto). A ogni dislike il karma scende.
Invenzione carina e persino originale quella di farsi giudicare da una massa di sconosciuti che possono determinare il tuo Karma. Se hai successo salirà e tu non ti reincarnerai in un insetto o in un verme, ma in un altro essere umano. Se invece non riesci a essere popolare la ruota del "samsara" girerà malissimo per te.
È difficile prevedere il successo, tra i ragazzi soprattutto, di questa applicazione che è già scaricabile sui dispositivi mobili. La banalizzazione del Karma non sarebbe un grande problema. Da anni lo fanno le dottrine New Age e ci siamo abituati. La cosa invece piuttosto grave è che si mette assieme il piacere, il successo, l’essere approvati, come fosse un percorso spirituale e di crescita. Il successo, per intenderci, l’esser popolari, l’avere molti like non è un cammino spirituale, non dovrebbe essere considerato un punto di arrivo. L’ambizione non è qualcosa di auspicabile in sé. La ragione e l’approvazione del mondo non sono valori, anzi alle volte sono dei disvalori.
Bertold Brecht scriveva: «ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Insegnare il coraggio di raccogliere molti dislike, farsi ascoltare per quello che si è veramente, e non per riscuotere assenso e successo è il modo migliore per prendersi cura del proprio karma.
Rocco Cotroneo - Corriere della Sera
 
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23 Set 2016
Mi do il permesso
"Mi do il permesso di non essere una vittima
Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio…
Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.
Mi do il permesso di non costringermi ad essere “l’anima della festa”, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al dialogo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.
Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.
La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.
Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.
Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioia inesplorata.
Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.
Mi permetto di non vivere nell’attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.
Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.
Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.
Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.
Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.
Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.
Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è “normale” o “anormale” nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"
JOAQUÍN ARGENTE
 
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23 Ago 2016
Non rinunciare mai alla felicità
Discorso di Papa Francesco al Sinodo della Famiglia

"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.
Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un "No".
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.
Non mollare mai ....
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:58 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Lug 2016
Per riflettersi e riflettere
"Chi sono io?"
Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.
"Te lo spiego con una piccola storia" rispose il saggio.
Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.
"Sono un papà e una mamma", pensò una bambina innocente.
"Sono due amanti", pensò un uomo dal cuore torbido.
"Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni", pensò un uomo solo.
"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare", pensò un uomo avido di denaro.
"E' un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra", pensò una donna dall'anima tenera.
"E' una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio", pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.
"Sono due innamorati", pensò una ragazza che sognava l'amore.
"Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue", pensò un assassino.
"Chissà perché si abbracciano", pensò un uomo dal cuore arido.
"Che bello vedere due persone che si abbracciano", pensò un uomo di Dio.
"Ogni pensiero", concluse il maestro, "rivela a te stesso quello che sei."
Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro.
(Yogananda)
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:03 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



16 Lug 2016
Un commento lucido
Ieri a Nizza il trentunenne Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha ucciso 84 persone investendole con un camion. L'attentatore aveva dei precedenti penali di criminalità comune, viene descritto come "poco religioso" e "taciturno", si stava separando dalla moglie e ancora non si conoscono le motivazioni del suo gesto.

Nel luglio 2011 il trentunenne norvegese Anders Breivik uccise a sangue freddo 77 persone, molte delle quali tra i 15 e 19 anni, la maggior parte finite con un colpo alla nuca; nella visione del terrorista, che agì da solo, erano tutti colpevoli di battersi per una società "multiculturalista".

Nel marzo 2015 il ventisettenne Andreas Lubitz, copilota della compagnia aerea German Wings, si è schiantato con il suo aereo di linea sulla alpi francesi: con lui sono rimaste uccise 144 persone. Secondo numerose testimonianze il pilota soffriva di una grave forme di depressione.

Omar Ismail Mostefai, invece, prima di diventare uno dei kamikaze del Bataclan, aveva sognato una carriera da rapper. Stesso sogno per Cherif Kouachi, uno dei due fratelli uccisi dopo l'assalto a Charlie Hebdo.

Tutti questi casi sembrano accomunati da un tratto psicologico più rilevante di quello ideologico o religioso. Disturbo narcisistico della personalità. Sono individui incapaci di percepire il dolore altrui e accomunati da un desiderio di fama e grandezza che non riesce a fare i conti con la vita grigia di ogni giorno. In queste menti disturbate, fallite la altre possibilità, la sola occasione di esprimere il proprio ego ipertrofico, sembra essere un suicidio spettacolare, tragico, che infligga dolore agli innocenti e apra le edizioni straordinarie dei Tg. La stessa motivazione sembra muovere i rich-kids autori della strage di Dacca, i foreign fighters che si uniscono all'Isis, i folli che assaltano cinema Usa indossando la maschera di Joker.

Viviamo un tempo di solitudini. Viviamo un tempo di aspettative infinite e irrealizzabili. Siamo bombardati da un consumismo delle aspettative nutrito ogni momento dal mercato, da tanta politica, dal populismo, da buona parte del sistema mediatico, dai social network, da un senso comune che ci esorta ad esagerare, a desiderare troppo, che non ammette sconfitte, separazioni, dolore, perdenti. A mio avviso tutto ciò è alla base di tanto odio e di tanto orrore.

Resistere oggi, personalmente e culturalmente, può vuol dire soltanto combattere questo consumismo, questo senso comune. Vuol dire far calare l'asticella dei desideri, interrogarsi su ciò che è importante davvero, allenarsi, allenarsi e allenarsi ancora, a gestire le nostre frustrazioni, imparare a perdere.

Ne sono cosciente: è difficile che questo basti a fermare la follia che ci circonda. Eppure è qualcosa che possiamo fare subito, adesso. L'altra alternativa è rimanere immobili chiedendoci quando e dove dei pazzi narcisisti colpiranno ancora. E se lì in mezzo ci saremo anche noi.
Federico Mello
 
Generale
postato da  comunico@comuniconline.it alle  12:21 | aggiungi commento | commenti presenti [2]





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