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23 Nov 2016
Il vento freddo della creatività
Ho letto un paio di articoli dove ci si chiede se gli smartphone possono spegnere la creatività delle persone. Soprattutto quando se ne fa un uso eccessivo. In realtà si parte dal presupposto che la creatività sia qualcosa che appartiene a tutti, persino una dote innata. Quasi un diritto. E questa ossessione per la creatività ha generato come un vento freddo che poggia sulle terre calde del web. Nessuno può più sfuggire all’obbligo creativo, al dovere di raccontare. E chi non ha una storia, un qualcosa da dire, un qualcosa che piaccia è meglio che se la trovi al più presto. Perché la povertà creativa è diventato un disvalore, un segno intollerabile del vivere contemporaneo, del comunicare sul web e sui social.
Dovremo fare i conti con la dittatura della creatività. Schiavi di un nuovo glamour, diventiamo tutti potenziali narratori cinematografici, autori di romanzi e poesie, compositori di musica, cesellatori di buone storie, in grado di raccontare, di vedere sempre un plot dove spesso non esiste, di saper trovare gli intrecci e le grandezze ovunque si nascondano.
La dittatura della creatività è un problema molto serio. Non esistono più esistenze che non ambiscano a qualcosa che le evolva, le riscatti dalla quotidianità. Non esistono più luoghi normali, come tanti, paesaggi simili tra loro, nonni, nonne e zii all’incirca uguali per tutti. Non ci sono più lettere di famiglia che sono soltanto lettere, e che si conservano per affetto senza neppure andarle a rileggere. Ormai non ci sono racconti privati, storie tramandate, persino piccole leggende, che non diventino cose per gli altri, che non siano esportabili nel senso tecnologico del termine: ovvero cambiandogli il formato in modo che siano leggibili in un altrove indistinto. Persino i filmini della recita dei figli, abilmente manipolati, possono diventare ritratto, affresco, vicenda privata che ha qualcosa di collettivo, microstoria rivelatrice.
È come un vento che sta mettendo una generazione di fronte alla frustrazione di non essere abbastanza narrativa, di non essere del tutto creativa. Le storie corrono per il mondo e bisogna afferrarle, capirle, ripensarle: quelle di ogni giorno come quelle antiche, che possono diventare un libro, un racconto lungo, un documentario.
La dimensione privata del ricordo è diventata un affare emotivo, narcisistico, affettivo, esibizionista. Ogni gesto della propria vita, ogni pensiero, ogni fotografia, ogni video è vissuto non per essere condiviso, ma per diventare un mosaico narrativo, uno storytelling di esistenze semplici, normali, che non sono più capaci di restare in quella normalità, in quel privato che è sempre stato di tutti. Si sono rovesciati i propri cassetti dentro il web, per mostrarsi nudi, indifesi, fragili di fronte ad altri nudi, indifesi e fragili. E non si riesce più a ritrovare una dimensione privata dell’esistenza.
Non tutto serve a diventare storia, non tutto si può mostrare come fosse un patrimonio collettivo. Non c’è bisogno di costellare il proprio tempo quotidiano di note continue che aggiungono, mostrano, spiegano, narrano. E questa dittatura della creatività è diventata una disperazione, una sorta di antifrasi concettuale: diamo un significato opposto a tutto quello che è di fronte a noi, come un tic nervoso. Obblighiamo le nuove generazioni a pensarsi creative ma solo a parole. Perché poi quando cercano di esserlo davvero vengono dissuase. Abbiamo trasformato l’arte, la letteratura, il cinema, la musica e tutte le espressioni dell’ingegno in qualcosa di necessario e al tempo stesso di non realizzabile se non in una forma ripetitiva e banale. Abbiamo legato la creatività al successo dei like, che finiscono per modificare, in corsa, la qualità delle opere, delle storie, attraverso un sondaggio continuo, un costante aggiustamento – spesso verso il basso – delle proprie intenzioni e volontà.
La creatività obbligatoria è come un vento freddo, sottile e tagliente, ghiaccia il paesaggio e paralizza le coscienze. Mescolando plauso e indifferenza come fossero la stessa cosa.
Roberto Cotroneo
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  12:11 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Ott 2016
Ascoltare non è condividere
In tutte le culture millenarie, e soprattutto nella maggior parte delle religioni, l’ascolto è un elemento fondante. L’ascolto è saggezza, l’ascolto è comprensione, alle volte è assoluzione o condanna, ma è sempre un punto di condivisione tra due persone singole, o tra un singolo e la collettività. Si ascoltano i figli, le persone che si amano, si ascoltano le comunità, i cittadini. Si chiede, si valuta, si decide dopo aver ascoltato, e non soltanto le ragioni o delle tesi ma anche qualcosa che viene prima di tutto questo: l’essenza del vivere.
Mettersi in ascolto è mettersi in cammino, regalare un luogo dove rifugiarsi, trovare conforto: ascoltano i confessori, gli psicoanalisti, i saggi.
Ascoltare non è necessariamente condividere, non è un modo per farsi approvare, per avere successo, per vincere con le proprie ragioni. Nell’ascolto non si vince e non si perde, non è un combattimento, non è consenso o dissenso, non è adesione o indifferenza. Nell’ascolto e nel farsi ascoltare il voler avere ragione, il voler colpire, impressionare, risultare popolari agli altri, serve a poco. Perché mettersi in ascolto è percorrere una strada di solitudine e di diversità che ci può isolare, renderci eccentrici.
L’ascolto è un karma, in un certo senso; parola sanscrita delle "upanisad" vediche che ormai è utilizzata nel linguaggio corrente per indicare all’incirca il destino, la predisposizione a qualcosa. Il karma è un agire nel mondo che porta al ciclo di morte e di rinascita del "samsara". Da come si agisce, come sanno ormai in molti, si avranno delle conseguenze, e il ciclo di morte e rinascita non è uguale per tutti, dipende da come si agisce, dalla capacità di sentire e di essere nel mondo; dal modo di ascoltarlo, in un certo senso, se intendiamo l’ascolto una delle modalità dell’agire, una modalità più evoluta.
Ma la modernità alle volte è fatalmente invasiva. Semplificare è molto bello, quando si riescono a spiegare concetti complessi con linearità, rendendoli fruibili a molti. Ma banalizzare non è semplificare, e soprattutto ci sono forme di banalizzazione pericolose. Da poco tempo esiste un nuovo social network, si chiama: Maadly. Non sarebbe una notizia se non avesse un aspetto particolare. Non mette in comunicazione persone che si conoscono, o addirittura amici, ma soltanto ed esclusivamente non conoscenti. Questi sconosciuti della rete leggono i tuoi post e i tuoi contenuti e possono mettere un “Like” o un “Dislike”. A ogni like sale il karma dell’utente (proprio così, è utilizzato questo concetto). A ogni dislike il karma scende.
Invenzione carina e persino originale quella di farsi giudicare da una massa di sconosciuti che possono determinare il tuo Karma. Se hai successo salirà e tu non ti reincarnerai in un insetto o in un verme, ma in un altro essere umano. Se invece non riesci a essere popolare la ruota del "samsara" girerà malissimo per te.
È difficile prevedere il successo, tra i ragazzi soprattutto, di questa applicazione che è già scaricabile sui dispositivi mobili. La banalizzazione del Karma non sarebbe un grande problema. Da anni lo fanno le dottrine New Age e ci siamo abituati. La cosa invece piuttosto grave è che si mette assieme il piacere, il successo, l’essere approvati, come fosse un percorso spirituale e di crescita. Il successo, per intenderci, l’esser popolari, l’avere molti like non è un cammino spirituale, non dovrebbe essere considerato un punto di arrivo. L’ambizione non è qualcosa di auspicabile in sé. La ragione e l’approvazione del mondo non sono valori, anzi alle volte sono dei disvalori.
Bertold Brecht scriveva: «ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati». Insegnare il coraggio di raccogliere molti dislike, farsi ascoltare per quello che si è veramente, e non per riscuotere assenso e successo è il modo migliore per prendersi cura del proprio karma.
Rocco Cotroneo - Corriere della Sera
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:06 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Set 2016
Mi do il permesso
"Mi do il permesso di non essere una vittima
Mi do il permesso di separarmi da persone che mi trattano bruscamente, con violenza, che mi ignorano, che mi negano un saluto, un bacio, un abbraccio…
Da questo preciso momento le persone brusche o violente sono fuori dalla mia vita.
Mi do il permesso di non costringermi ad essere “l’anima della festa”, la persona che mette entusiasmo in tutto o quella sempre disponibile al dialogo per risolvere conflitti quando gli altri nemmeno ci provano.
Mi do il permesso di non intrattenere ed incoraggiare gli altri a costo di stancarmi io: non sono nato per spingerli ad essere sempre al mio fianco.
La mia esistenza, il mio essere è già prezioso.
Se vogliono stare al mio fianco devono imparare a valorizzarmi.
Mi do il permesso di lasciar svanire le paure che mi hanno inculcato da bambino. Il mondo non è soltanto ostilità, inganno o aggressione. Ci sono anche tanta bellezza e gioia inesplorata.
Mi do il permesso di non stancarmi nel tentativo di essere perfetto. Non sono nato per essere la vittima di nessuno. Non sono perfetto, nessuno è perfetto e mi permetto di rifiutare gli schemi altrui: un uomo senza difetti, estremamente impeccabile ovvero disumano.
Mi permetto di non vivere nell’attesa di una telefonata, di una parola gentile o di un gesto di considerazione. Mi affermo come persona che non dipende dalla sofferenza. Non aspetto rinchiuso in casa e non dipendo da altre persone. Sono io stesso a valorizzarmi, mi accetto e mi apprezzo.
Mi permetto di non voler sapere tutto, per non essere sempre presente durante il giorno. Non ho bisogno di molte informazioni, di programmi per il pc, di film al cinema, di giornali, di musica.
Mi do il permesso di essere immune alle lodi o agli elogi smisurati: le persone che fanno troppi complimenti finiscono per sembrare opprimenti. Mi permetto di vivere con leggerezza, senza accuse o richieste eccessive. Non fa per me.
Mi do il permesso più importante di tutti, quello di essere autentico.
Non mi sforzo di compiacere gli altri. È semplice e liberatorio abituarsi a dire di no ogni tanto.
Non mi voglio giustificare: se sono felice, lo sono, se non sono felice, non lo sono. Se un giorno del calendario è considerato come quello in cui sentirsi obbligatoriamente felici, io mi sentirò esattamente come mi sentirò.
Mi permetto di sentirmi bene con me stesso e non come vogliono le usanze o quelli che mi stanno attorno: quello che è “normale” o “anormale” nei mie stati emotivi sarò io a deciderlo"
JOAQUÍN ARGENTE
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:03 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Ago 2016
Non rinunciare mai alla felicità
Discorso di Papa Francesco al Sinodo della Famiglia

"Puoi aver difetti, essere ansioso e vivere qualche volta irritato, ma non dimenticate che la tua vita è la più grande azienda al mondo.
Solo tu puoi impedirle che vada in declino. In molti ti apprezzano, ti ammirano e ti amano.
Mi piacerebbe che ricordassi che essere felice, non è avere un cielo senza tempeste, una strada senza incidenti stradali, lavoro senza fatica, relazioni senza delusioni.
Essere felici è trovare forza nel perdono, speranza nelle battaglie, sicurezza sul palcoscenico della paura, amore nei disaccordi.
Essere felici non è solo apprezzare il sorriso, ma anche riflettere sulla tristezza. Non è solo celebrare i successi, ma apprendere lezioni dai fallimenti. Non è solo sentirsi allegri con gli applausi, ma essere allegri nell'anonimato.
Essere felici è riconoscere che vale la pena vivere la vita, nonostante tutte le sfide, incomprensioni e periodi di crisi. Essere felici non è una fatalità del destino, ma una conquista per coloro che sono in grado viaggiare dentro il proprio essere.
Essere felici è smettere di sentirsi vittima dei problemi e diventare attore della propria storia. È attraversare deserti fuori di sé, ma essere in grado di trovare un'oasi nei recessi della nostra anima.
È ringraziare Dio ogni mattina per il miracolo della vita. Essere felici non è avere paura dei propri sentimenti.
È saper parlare di sé.
È aver coraggio per ascoltare un "No".
È sentirsi sicuri nel ricevere una critica, anche se ingiusta.
È baciare i figli, coccolare i genitori, vivere momenti poetici con gli amici, anche se ci feriscono.
Essere felici è lasciar vivere la creatura che vive in ognuno di noi, libera, gioiosa e semplice.
È aver la maturità per poter dire: “Mi sono sbagliato”.
È avere il coraggio di dire: “Perdonami”.
È avere la sensibilità per esprimere: “Ho bisogno di te”.
È avere la capacità di dire: “Ti amo”.
Che la tua vita diventi un giardino di opportunità per essere felice ...
Che nelle tue primavere sii amante della gioia.
Che nei tuoi inverni sii amico della saggezza.
E che quando sbagli strada, inizi tutto daccapo.
Poiché così sarai più appassionato per la vita.
E scoprirai che essere felice non è avere una vita perfetta. Ma usare le lacrime per irrigare la tolleranza.
Utilizzare le perdite per affinare la pazienza.
Utilizzare gli errori per scolpire la serenità.
Utilizzare il dolore per lapidare il piacere.
Utilizzare gli ostacoli per aprire le finestre dell'intelligenza.
Non mollare mai ....
Non rinunciare mai alle persone che ami.
Non rinunciare mai alla felicità, poiché la vita è uno spettacolo incredibile!"
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:58 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



23 Lug 2016
Per riflettersi e riflettere
"Chi sono io?"
Chiese un giovane ad un maestro di spiritualità.
"Te lo spiego con una piccola storia" rispose il saggio.
Un giorno, dalle mura di una città, verso il tramonto si videro sulla linea dell'orizzonte due persone che si abbracciavano.
"Sono un papà e una mamma", pensò una bambina innocente.
"Sono due amanti", pensò un uomo dal cuore torbido.
"Sono due amici che s'incontrano dopo molti anni", pensò un uomo solo.
"Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare", pensò un uomo avido di denaro.
"E' un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra", pensò una donna dall'anima tenera.
"E' una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio", pensò un uomo addolorato per la morte di una figlia.
"Sono due innamorati", pensò una ragazza che sognava l'amore.
"Sono due uomini che lottano all'ultimo sangue", pensò un assassino.
"Chissà perché si abbracciano", pensò un uomo dal cuore arido.
"Che bello vedere due persone che si abbracciano", pensò un uomo di Dio.
"Ogni pensiero", concluse il maestro, "rivela a te stesso quello che sei."
Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su di te di qualsiasi maestro.
(Yogananda)
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:03 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



16 Lug 2016
Un commento lucido
Ieri a Nizza il trentunenne Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha ucciso 84 persone investendole con un camion. L'attentatore aveva dei precedenti penali di criminalità comune, viene descritto come "poco religioso" e "taciturno", si stava separando dalla moglie e ancora non si conoscono le motivazioni del suo gesto.

Nel luglio 2011 il trentunenne norvegese Anders Breivik uccise a sangue freddo 77 persone, molte delle quali tra i 15 e 19 anni, la maggior parte finite con un colpo alla nuca; nella visione del terrorista, che agì da solo, erano tutti colpevoli di battersi per una società "multiculturalista".

Nel marzo 2015 il ventisettenne Andreas Lubitz, copilota della compagnia aerea German Wings, si è schiantato con il suo aereo di linea sulla alpi francesi: con lui sono rimaste uccise 144 persone. Secondo numerose testimonianze il pilota soffriva di una grave forme di depressione.

Omar Ismail Mostefai, invece, prima di diventare uno dei kamikaze del Bataclan, aveva sognato una carriera da rapper. Stesso sogno per Cherif Kouachi, uno dei due fratelli uccisi dopo l'assalto a Charlie Hebdo.

Tutti questi casi sembrano accomunati da un tratto psicologico più rilevante di quello ideologico o religioso. Disturbo narcisistico della personalità. Sono individui incapaci di percepire il dolore altrui e accomunati da un desiderio di fama e grandezza che non riesce a fare i conti con la vita grigia di ogni giorno. In queste menti disturbate, fallite la altre possibilità, la sola occasione di esprimere il proprio ego ipertrofico, sembra essere un suicidio spettacolare, tragico, che infligga dolore agli innocenti e apra le edizioni straordinarie dei Tg. La stessa motivazione sembra muovere i rich-kids autori della strage di Dacca, i foreign fighters che si uniscono all'Isis, i folli che assaltano cinema Usa indossando la maschera di Joker.

Viviamo un tempo di solitudini. Viviamo un tempo di aspettative infinite e irrealizzabili. Siamo bombardati da un consumismo delle aspettative nutrito ogni momento dal mercato, da tanta politica, dal populismo, da buona parte del sistema mediatico, dai social network, da un senso comune che ci esorta ad esagerare, a desiderare troppo, che non ammette sconfitte, separazioni, dolore, perdenti. A mio avviso tutto ciò è alla base di tanto odio e di tanto orrore.

Resistere oggi, personalmente e culturalmente, può vuol dire soltanto combattere questo consumismo, questo senso comune. Vuol dire far calare l'asticella dei desideri, interrogarsi su ciò che è importante davvero, allenarsi, allenarsi e allenarsi ancora, a gestire le nostre frustrazioni, imparare a perdere.

Ne sono cosciente: è difficile che questo basti a fermare la follia che ci circonda. Eppure è qualcosa che possiamo fare subito, adesso. L'altra alternativa è rimanere immobili chiedendoci quando e dove dei pazzi narcisisti colpiranno ancora. E se lì in mezzo ci saremo anche noi.
Federico Mello
 
Generale
postato da  comunico@comuniconline.it alle  12:21 | aggiungi commento | commenti presenti [2]



7 Lug 2016
La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro
La gentilezza e le buone maniere nel mondo del lavoro: i 10 punti fondamentali

1. Fai lo sforzo di ricordare il nome di chi ti sta davanti e pronuncialo spesso.
“Ricordatevi che per una persona il suo nome è il suono più importante in qualsivoglia lingua.” Dale Carnegie

2. Agli appuntamenti bisogna arrivare puntuali.
“Avere la fama di chi arriva sempre in ritardo è come avere la fama di uno su cui non si può contare.” Lina Sotis

3. Le presentazioni vanno fatte sempre, anche se ci si ferma solo un attimo a parlare. Devono essere rapide, precise, nome e cognome. Non esagerate con i fronzoli, titoli, non dite “il migliore…” “il più bravo…”. E’ fondamentale ricordare perfettamente il NOME di chi si presenta altrimenti tenta di evitare di essere tu a doverlo fare. Mai dire non mi ricordo il suo nome… Se vuoi proprio superarti, come ai vecchi tempi: si presenta l’uomo alla donna, il più giovane al più anziano, se si è seduti l’uomo si alza sempre, mentre la donna quasi mai. E sarebbe bene non dire “piacere”. Togliti gli occhiali da sole se le presentazioni avvengono all’esterno.

4. La stretta di mano raccomando che sia calorosa, non da frattura scomposta ma nemmeno da mozzarella…e la mano possibilmente non sudaticcia. 😉

5. Stai ad ascoltare sinceramente ed attentamente il tuo interlocutore.
Non distrarti e non costringerlo ad attirare la tua attenzione.

6. Durante le riunioni ricordati che 3 persone su 4 ritengono maleducato controllare sms e mail e l’87% pensa che sia scortese rispondere a una telefonata (studio condotto dalla Marshall School of Business della University of Southern California). Infatti dare la precedenza agli stimoli provenienti dall’esterno è percepita come mancanza di rispetto per ciò che avviene all’interno della sala riunioni, mancanza di concentrazione e mancanza di ascolto.

Non controllare compulsivamente mail-sms-chiamate, questa nevrosi non ti farà sembrare più importante, ma solo più scortese.

7. Anche durante i business lunch, l’uso dello smartphone non è molto gradito. In questo caso il 50% degli uomini ritiene accettabile rispondere a una chiamata durante un pranzo di lavoro, contro il 26% delle donne. I professionisti più giovani sono 3 volte più tolleranti di quelli più anziani. Consiglio: prima di infastidire con il tuo comportamento chi ti sta davanti, RIFLETTI. Le buone maniere sconsigliano anche di poggiare sul tavolo smartphone, chiavi, occhiali e borse.

8. La pausa pranzo. La Career Builder elenca quattro categorie di “Mangiatori IN Ufficio”: il Puzzolente, il Rumoroso, lo Sporcaccione e il Rompiscatole. Fai in modo di essere nella quinta “Quello che mangia fuori”

9. Ricordati che Grazie, Scusa e Per favore sono parole con effetti miracolosi, soprattutto se accompagnate da un sorriso;

10. Look. Fortunatamente non c’è più l’obbligo di quei rigidi tailleur da donna e completi rigorosi da uomo. E’ ammesso ormai in ogni ambiente un look informale purché curato. Alcune cose restano comunque da evitare assolutamente. Per gli uomini MAI: i calzini corti, i calzini bianchi e le camicie a maniche corte. Per le donne tutto ciò che è TROPPO: troppo stretto, troppo corto, troppo scollato, troppo trucco, troppi accessori. Insomma il buon gusto non passa mai di moda. Magari con l’aggiunta di un guizzo eccentrico di piacevole distinzione!

Non dimenticare che Oscar Wilde ha detto:

“Con un abito da sera e una cravatta bianca, chiunque, anche un agente di cambio, può far credere di essere una persona civile.”

e Coco Chanel:

“Se una donna è malvestita si nota l’abito. Se impeccabile si nota la donna.”


Mirna Pioli
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  23:12 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



7 Giu 2016
5 modi per realizzare i propri obiettivi
Immaginate di alzarvi ogni mattina ed essere consapevoli dell’identità della vostra essenza, di ciò che vi da sostanza e vi rende solidi, ma anche fluidi a tal punto da essere flessibili e potervi adattare ai cambiamenti. Guardare ogni mattina questo riflesso interiore e riconoscerne il tratteggio vi consente di affrontare il mondo con maggiore consapevolezza e pieni di risorse.

Trovare un nuovo lavoro, migliorare le proprie prestazioni, realizzare un sogno o avere una promozione sono risultati che molte persone cercano ancor prima di prendere consapevolezza del proprio scopo. Ma, citando Zig Zaglar, “Ciò che ottieni nel realizzare i tuoi obiettivi non è importante come ciò che diventerai dopo averli realizzati”; parafrasando l’autore motivazionale, possiamo affermare che ciò che ottenete nel realizzare il vostro scopo non è importante come ciò che potreste essere mentre lo state inseguendo. Senza una nuova consapevolezza di sé, gli obiettivi che vi ponete rischiano di rimanere un vuoto da colmare; una volta raggiunto un obiettivo ecco di nuovo il vuoto e così via.

Più che una serie di obiettivi è più efficace intraprendere una nuova direzione; stabilire semplicemente un obiettivo, seppur importante, non sempre basta a dare un’impronta diversa alla propria vita, ad evitare di ritrovarsi in situazioni analoghe. Individuare una direzione e un nuovo progetto di vita, invece, innesca un cambiamento duraturo. Se l’obiettivo non è collegato in modo significativo con uno scopo, un fine ultimo, manca della forza propulsiva del cambiamento; l’idea di una direzione da intraprendere, invece, consente di ampliare le prospettive.

Quando formulate uno scopo, puntate il focus su ciò che dovrete far accadere di diverso per dirigervi proprio lì, verso lo stato desiderato. Il vissuto, l’emozione, le vibrazioni ottenute dal visualizzare il vostro obiettivo, rappresentano quel valore aggiunto che va perseguito come una mission personale; in altre parole, il modo di percorrere il sentiero è davvero importante nel percorso di sviluppo personale e professionale. La sfida creativa, la possibilità di continuare a imparare, l’orgoglio di portare a termine le cose, il network di relazioni significative, le l’opportunità di aiutare gli altri o di insegnare loro qualcosa, ad esempio, sono alcune tra le fonti più significative per mantenere alte le motivazioni verso uno scopo. A tale proposito Daniel Goleman, uno dei più noti studiosi dell’Intelligenza Emotiva, scrive: “Le emozioni sono, letteralmente, ciò che ci spinge a perseguire i nostri obiettivi; esse alimentano le motivazioni, le quali a loro volta guidano la percezione e danno forma alle azioni. Opere grandi, dunque, prendono le mosse da grandi emozioni”.

Nel momento in cui si traccia la direzione e si pianificano i relativi obiettivi, è necessario attivare alcune risorse interne che, in qualche modo, “condiscono” ciò che si desidera ottenere. Riprendendo alcuni studi sull’Intelligenza Emotiva, vi sono alcuni elementi che fanno la differenza per mantenere la direzione verso il proprio scopo. Ogni scopo ha bisogno di un socio per far fronte ai vari impegni e uno dei migliori è il metodo S.O.C.I.O:

S: spinta alla realizzazione;

O: ottimismo e iniziativa per continuare a essere costanti;

C: condivisione degli obiettivi e della visione con le altre persone;

I: ingredienti di successo riguardanti gli scopi più elevati e il senso di realizzazione intrinseca agli obiettivi;

O: organizzazione degli atteggiamenti e delle azioni più efficaci e strategiche.

S: spinta alla realizzazione

Scoprire in anticipo le fonti di gratificazione di uno scopo è un passo sostanziale per fornire alle azioni successive il giusto propellente. La spinta alla realizzazione può essere considerata come un impulso costante a migliorare non solo gli aspetti tecnico-professionali, ma la qualità della vita, gli aspetti più profondi e interni che riguardano il rapporto con se stessi e ciò che riguarda le relazioni con gli altri. Alcuni accorgimenti aiutano ad alimentare la spinta verso la realizzazione di sé:

- riuscire a stabilire obiettivi stimolanti, assumendosi al contempo rischi calcolati;

- procurarsi informazioni per ridurre l’incertezza e trovare il modo migliore di fare le cose;

- imparare a migliorare le proprie prestazioni.

O: ottimismo e iniziativa

L’iniziativa e l’ottimismo sono stati studiati a lungo e, senza dubbio, costituiscono fattori decisivi per coloro che riescono a spianare la strada verso la realizzazione dei propri scopi. Anche gli ottimisti si scoraggiano, ma riescono a rendersene conto prontamente, cercano l’appoggio nelle altre persone e trovano modi per riattivare le proprie energie; incontrano ostacoli e difficoltà come tutti gli altri ma, invece di rinunciare ai propri obiettivi, cambiano rotta ogni volta che è necessario, pur di avvicinarsi alla meta. Per accompagnare il proprio scopo con ottimismo e spirito di iniziativa è opportuno:

- cogliere anticipatamente le opportunità che l’obiettivo può riservare;

- decidere di perseguire comunque l’obiettivo, anche in presenza di ostacoli, limiti, richieste esterne o insuccessi;

- coinvolgere e mobilitare le altre persone necessarie al conseguimento dell’obiettivo.

C: condivisione degli obiettivi e della visione

L’impegno e la capacità di condividere ideali e obiettivi con altre persone o con un gruppo di lavoro, costituiscono aspetti motivazionali importanti che possono essere alimentati da specifiche azioni:

- individuare gli aspetti di più ampia portata dell’obiettivo che riguardano l’ambiente intorno a sé, il gruppo, l’organizzazione e impegnarsi per portarli avanti;

- trovare uno scopo più elevato nella missione collettiva;

- condividere i valori-cardine con altri.

I: ingredienti di successo

Sviluppare la consapevolezza emotiva, in relazione alla direzione che si intende perseguire, trasforma sensazioni e sentimenti in una sorta di radar interiore che guida dritti verso la meta, riconoscendo in anticipo gli effetti delle decisioni. Uno dei fattori chiave, in tal senso, è prestare attenzione alle emozioni che suscita il proprio scopo, poiché ciò che si prova è una guida per esplorare, interpretare e valutare i diversi aspetti della direzione intrapresa. I valori personali, che riuscite a scorgere nel vostro progetto, si traducono in una risonanza emotiva positiva o negativa; pertanto la consapevolezza di sé ha la funzione di un barometro interiore, che valuta con precisione se vale la pena davvero spingersi in una direzione piuttosto che in un’altra. Uno dei principi più importanti per lavorare sugli obiettivi in modo emotivamente intelligente è saper scegliere, formulare, progettare le proprie mete in modo tale che siano in armonia con la guida interiore. Quando decidete di vivere le vostre esperienze portando alla luce le vostre attitudini ricordate di:

- conservare intatto o aumentare il senso di significato della vostra vita;

- ricercare il sentimento di realizzazione;

- fornire un contributo a qualcuno o a qualcosa;

- fare qualcosa di energizzante;

- soddisfare il senso di sfida;

- appagare la creatività, il talento.

O: organizzazione

Chi lavora con se stesso alla ricerca del proprio scopo per cambiare vita, trovare nuovi significati e realizzare qualcosa di diverso, ha bisogno di far leva sui punti di forza e non sui punti deboli, pertanto la pianificazione delle azioni deve essere flessibile, ossia consentire a ciascuno di predisporsi al futuro in modo diverso. Un metodo di “pianificazione” rigido può rivelarsi controproducente. I migliori piani d’azione sono fattibili e articolati in fasi gestibili: se un piano non si adatta alla vita, allo stile personale, alle attitudini, ai valori dell’individuo, viene abbandonato con facilità nell’arco di poche settimane o pochi mesi. I piani che non si addicono allo stile di apprendimento personale, inoltre, sono demotivanti e ben presto non susciteranno più interesse.
Massimo Del Monte-Manageritalia

 
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postato da  Claudio Maffei alle  22:20 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



31 Mag 2016
Far diventare il cliente il nostro miglior venditore
Consideriamo i fatti.
Per quanto eccellenti siano le nostre campagne pubblicitarie o aggressive le nostre azioni di marketing le impressioni della gente sui nostri prodotti saranno basate, in larga misura, su quanto hanno sentito dire da altri. Questo, dopo tutto non sarebbe così tragico se potessimo condizionare quello che gli altri raccontano anzi sarebbe un canale meraviglioso.
Non solo è possibile dirigere la vox populi, ma la cosa è più semplice di quanto si possa immaginare.
Il passaparola è sempre esistito, ma i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni, soprattutto per quanto riguarda il potere assunto dai consumatori nel loro rapporto con le imprese e le evoluzioni nelle tecnologie di comunicazione, ne hanno amplificato più che mai l’importanza. Bisogna fare i conti con la perdita di efficacia della pubblicità e del marketing tradizionale strumenti che non stabiliscono dialogo ma che sono considerati dai consumatori troppo ripetitivi e invasivi.
Un altro concetto obsoleto è il concetto di target. Se c’è una caratteristica tipica di questi anni è l’estrema personalizzazione che rasenta l’individualismo. Possiamo dire che nel nostro Paese esistono 60milioni di target differenti. A tutto ciò si aggiunge la proliferazione dei siti web e dei social media che trasmettono opinioni di persone ad altre persone. Nascono così i fenomeni viral, buzz e il word of mouth.
Questi fenomeni nuovi fanno leva sul passaparola e sono le nuove forme di marketing non convenzionale che conquisteranno e contageranno i consumatori dei prossimi anni.
Il passaparola rappresenta una fonte imprescindibile di informazioni e un meccanismo di diffusione di messaggi ,accelerati dalle nuove tecnologie. E’ quindi importante attuare una forte strategia di personal brend, raggiungere e individuare le persone più influenti, studiare i processi di condivisione dei contenuti e creare le occasioni giuste affinché i nostri messaggi possano essere veicolati adeguatamente.
Ovviamente i concetti basilari dai quali è necessario partire sono quelli di qualità, innovazione e relazione. E’ estremamente importante soddisfare il cliente ed evitare come la peste episodi che alimentino il passaparola negativo. Infatti solo prodotti che superino le aspettative del clienti e abbiamo veramente qualcosa di eccezionale possono essere in grado di creare quel chiacchiericcio, quel consiglio da amico,
quel la condivisione che ci porterà a prosperare anche in un momento particolare come questo.
Un decalogo:
1. Dovete avere un grande prodotto
2. Per tre persone che parlano bene ce ne sono 33 che parlano male
3. Attenti alle relazioni interne, ogni membro del personale è veicolo di passaparola
4. Coltivate gli stakeholder
5. Disinnescate i clienti arrabbiati
6. Generare un passaparola positivo è frutto di atteggiamenti positivi
7. Strabiliate i vostri clienti superandone le aspettative
8. Create un vero e proprio piano di marketing del passaparola
9. Semplificate il tutto e puntate all’azione
10. Rendete le cose facili.
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  22:37 | aggiungi commento | commenti presenti [0]



18 Mag 2016
Oggi il cretino è specializzato
Sono sempre più numerosi i blogger che decidono di non permettere più i commenti in coda ai loro post.
Ormai il popolo dei commentatori del web stanno diventando irritanti, sono incattiviti e ritengono che la violenza verbale, l’opinione franca senza mediazione abbia un valore di per sé, in quanto genuina, arcaica, eppure tanto autentica.
Come fai a censurare un’opinione di un buon cittadino che si toglie sassolini e macigni dalle scarpe con quel meraviglioso strumento di democrazia diretta come il web? Non è possibile.
Le élites non vogliono commenti, si chiudono dentro i loro algidi consigli di amministrazione, nelle loro austere sale riunioni, nelle loro case editrici dove i volumi pubblicati sono in bell’ordine come fossero reliquie, nei loro giornali bugiardi, naturalmente, dove il rumore sommesso della verità e della folla verace arriva attutito, lontano, schermato. Il web permette la bestemmia, il turpiloquio, il lazzo, l’ironia pesante, la comicità greve. Non guarda in faccia nessuno: è una zona franca dove ognuno può impallinare chiunque, abbattere bersagli e obbiettivi sgraditi, utilizzando mezzi che non hanno necessariamente a che fare con la verità, con la correttezza, con la capacità di documentarsi, con l’equilibrio del giudizio, con l’etica.
Nella sua prolusione durante il conferimento di una laurea honoris causa all’Università di Torino, Umberto Eco ha detto che i commentatori del web, e per essere precisi le scorie del web 2.0, quello che permette una continua interazione tra chi posta chi commenta, sono degli imbecilli. Quegli stessi imbecilli che un tempo bofonchiavano nei bar sport e venivano zittiti il più possibile, e che oggi nessuno può zittire, perché il web non ha filtri, non ha censura, e puoi bestemmiare tutte le religioni monoteiste che nessuno ci fa caso, ma se poi posti un seno nudo per spiegare come cercare eventuali noduli ti bloccano l’account.
Apriti cielo, dopo le affermazioni di Eco è stato un diluvio di improperi, come si avesse di fronte un vecchio reazionario pronto alla marcia su Roma, un bieco antidemocratico, un uomo che vorrebbe far tacere gli spiriti liberi. E che importa se si può essere al tempo stesso liberi e imbecilli. E che anzi, la libertà può talvolta agevolare, essere terreno di coltura di certe imbecillità, perché nella sua bellezza è in grado stimolare al tempo stesso le migliori intelligenze e le peggiori idiozie.
È tutta gente che finalmente può parlare senza sapere quel che dice, senza rispondere di quello che dichiara, che può avvalersi del diritto all’anonimato, che scambia lo sberleffo di Cecco Angiolieri con l’insulto dei miserabili. Ogni volta che si verifica qualcosa di tragico, ogni volta che c’è bisogno di tutto il sapere, la saggezza, il buon senso che la libertà ci può concedere, assieme ai libri, alla cultura, alla capacità di discernere, alle grandi possibilità che il web permette, ai classici che si possono scaricare a gratis, o pagandoli meno di un euro per merito di internet, insomma con tutte queste cose a disposizione, il popolo del web, i missionari del social network, la coscienza civile della banda larga, gli opinionisti del mobile, riescono a trasformare i sistemi operativi, i loro computer di design, i loro smartphone argentati e cromati in strumenti per caverne, clave orrende, pietre adatte a essere scagliate per prime, cadute massi indecorose su soggetti inermi e incapaci di difendersi. Parlo degli imbecilli come quelli che hanno commentato per troppi giorni lo stupro della ragazzina a Roma. Un web pieno di: «ma non era troppo nuda?», «ma cosa ci faceva una ragazzina in giro a mezzanotte?». E mi fermo qui, perché è un’indecenza insopportabile.
La cretineria del web non è più un’infausta conseguenza della meraviglia che la comunicazione moderna può darci, ma è una componente fondamentale. Carlo Maria Cipolla, grandissimo storico e saggista, diceva che la stupidità è nella stessa percentuale ovunque, anche tra i premi Nobel. Ma l’idiozia non è più discreta e limitata come un tempo. Ora si fa leggere e si mostra. Il grande Ennio Flaiano scriveva: «oggi il cretino è specializzato». Certo, nel web 2.0.
Rocco Cotroneo Corriere della Sera
 
Generale
postato da  Claudio Maffei alle  20:34 | aggiungi commento | commenti presenti [0]





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